Palmira

Palmira

FAVOLE DEL POVER’UOMO

Inizia con Palmira un serie di racconti intitolata Favole del pover’uomo, racconti legati fra di essi dallo stesso sconfortato abbandono. In cui pochi personaggi muovono le proprie vite, o quel che ne resta, sfiorandoci appena, come sul fondo di una tela. Il soggetto principale verrà a comporsi a poco a poco, oppure mettetelo voi. Disegnatene il profilo, immaginatene le sfumature, concedetegli più o meno spessore attraverso l’uso del colore di cui siete capaci. È esattamente nello spazio vuoto per cui non siamo ancora capaci di metterci a repentaglio, prima che vi sventoli una bandiera. È in ogni angolo funestato della nostra tenerezza, o nella trama addolcita di una vita che riserva poco o niente a se stessa. È nella difesa e nell’attacco, in ogni sintomo vitale, nel trasloco discreto da una parte all’altra della vita.

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PALMIRA

Guardò quello che le stava accanto ogni mattina, e che si occupava delle letture. Era un omino insulso, vestito banalmente, piuttosto pulito. Basso di statura, il viso tondo e gli occhi che parevano esprimere soltanto una delicata contrizione. Quando leggeva lo faceva malamente, senza nascondere il forte accento romanesco, inciampando in più di un passaggio. Il prete sembrava che lo guardasse con un poco di disappunto, se non di disprezzo; d’altra parte quella era l’espressione che aveva più spesso, quindi probabilmente si sbagliava. Non era certa neppure di che nazionalità fosse, forse brasiliano, le sembrava che avesse una cadenza portoghese, anche se non ne era del tutto sicura. Non conosceva granché le lingue. Ricordava appena qualche frase di tedesco e inglese ascoltate qua e là durante la guerra; ma erano come quelle preghiere in latino, ripetute per una consuetudine confortante, per offrirsi uno spazio di suoni, di contorni, di odori in cui la propria vita avesse un senso ancora.

La messa di prima mattina era un’altra di quelle abitudini. In questa maniera Dio somigliava ad un vecchio amico frequentato per anni, un amico un po’ tocco che tende a ripetere sempre le stesse cose, ma a cui ci si è affezionati, come al rumore della pendola in salotto, o allo stridere del tram. Non era poi così sicura di sentirlo ancora, quel suono nella notte, quel movimento che eppure provava un’esistenza al di fuori di quella vecchia casa. Le venne il dubbio che il tram avesse cambiato percorso. Com’era possibile che non se ne ricordava?
Gesù, in compenso, non era cambiato. Era ancora dolce e spietato, prorompente e solo, era ancora lì vicino. Col passare degli anni la distanza fra Dio e il Figlio era sempre più netta, convalidata, evidentissima. Se qualcuno aveva mai creduto ciecamente alla Trinità, quella era proprio Palmira. E dei tre non aveva mai avuto ben chiaro chi fosse lo Spirito Santo, probabilmente un ronzio nel silenzio, distante e impercettibile, eppure potentissimo.

Gesù, disperatamente solo. Con le gambe tese ben piantate in terra. Gesù con le mani grosse, dure, come quelle del padre.

Di sicuro, le suore non le piacevano. Non che le sembrassero cattive, o malfidate, è che non poteva sopportare quelle scarpette nodose.
In fondo, all’ultimo banco sulla sinistra, una giovane cantava con voce atona e perentoria, con una forza che le pareva fuori luogo. Ricordava ancora com’era solita cantare sua madre, dolcemente, sussurrando quelle semplici parole di speranza. Si era dimenticata tante di quelle cose, si era dimenticata persino di suo figlio, perso chissà dove, in chissà quale disastro. Si era dimenticata dove teneva quel libro che amava tanto. Ma ancora sentiva distintamente la voce carezzevole della madre cantare nella piccola chiesa del paese, quelle piccole gemme di luce sottratte all’ignoranza, alla crudele logica della terra.
Madonna del Riposo le ricordava le chiese di campagna che somigliavano a quella in cui sua madre era stata battezzata, si era sposata ed infine era stata portata dentro ad una bara di fronte al Signore. Le avevano detto che un tempo, quando lei era ancora bambina e viveva in paese, quella zona di Roma era piena di vigne, di campi, e che vi abitavano contadini nei casali. Niente era sopravvissuto di tutto questo, eccetto quella minuscola chiesa e l’ingresso di una tenuta, proprio accanto, che era diventato adesso il valico di una brutta costruzione moderna.
Come moderna era d’altronde la voce di quella giovane dell’Est Europa. Eppure quando intonava il Salve Regina, tornava umana e capace, in qualche maniera, di un calore.
Terminata la messa, rimase per un istante nella luce. Nell’arco di quella mezz’ora, il giorno fioriva, esplodeva in tutta la propria abbacinante grassezza. Il banco di verdure era già imbandito; la fila di auto chiassose si era già formata. I ragazzini aspettavano l’autobus per andare a scuola, eppure lei non aveva voglia di vedere altro.
Le piaceva il piccolo giardino che si era pian piano costruita. Era uno dei suoi piccoli orgogli nella vecchiaia che le era capitata quasi per scherzo. Avrebbe dovuto intravederlo, quello sberleffo, inciso nei solchi delle mani, già moltissimi anni prima. È lì che le donne cominciano ad invecchiare; nelle mani che un tempo gli uomini hanno amato e stretto al colmo dell’emozione, negli strappi che la pelle e le unghie subiscono come vecchi e sgonfi gommoni.

Le venne improvvisamente voglia di parlare con qualcuno. Di che cosa, poi? Che altro avrebbe potuto raccontare, se non quella minuscola vita di germoglio, che si trascinava fra una stanza e l’altra del tempo rimastole? A chi soffocare l’attesa di una nuova storia con la solitudine di una vecchia donna sola? Sarebbe stato scorretto, forse addirittura crudele. Gli altri hanno bisogno di sentirsi confortati, di sapere che le cose non vanno poi tanto male. In fondo era vero, non andavano così male. Ma a chi dirlo?
Sua figlia, come minimo, si può dire che fosse indelicata. E anche un po’ mignotta. Sapeva che questo non doveva pensarlo, non era giusto, e il Signore le chiedeva poco altro se non di non giudicare; ma come avrebbe potuto definirla altrimenti? Aveva poi quell’orrida risata, quella terribile risata stridula, eccessiva, sguaiata, rideva a pieni denti, con tutta la giugulare, un trionfo di saliva, di aria dallo stomaco, un trionfo di gretto compiacimento, una piccola morte anticipata, la decomposizione che le saliva su dai polmoni per esplodere poi nel rutto di quella risata. Nello sciacquettìo di quella fregnaccia espansa sulla poltrona.
No. Non doveva pensarlo.
Avrebbe dovuto soffermarsi sul viso di suo marito, in quella foto, sul meraviglioso volto del marito. Una faccia schietta, onesta, come non se ne vedevano più. Un uomo forte, profondamente buono, di una pulizia morale così poco invadente, che era stato capace di non giudicare mai nessuno, neppure la morte, che quando era arrivata era stata accolta con un leggero sorriso.
Eppure, quant’era tonto.
Si alzò dal divano e andò in cucina. Notò che il geranio in balcone era fiorito. Aprì il frigorifero e prese una birra.
Se ne versò un bicchiere pieno, bello fresco, e ne bevve metà con un solo sorso. Sapeva di non poterselo permettere, che il medico sarebbe inorridito, ma che male poteva farle? Era acqua e grano. Per anni non aveva visto altro che grano, acqua, cipolle cavoli e patate. Nessuno era mai morto e inoltre, arrivata a quel punto, che cosa le cambiava? Eh sì, le cambiava eccome. Da viva sarebbe passata a essere morta. Questo era un gran cambiamento, troppo grande, e non voleva.
Si sarebbe ricongiunta alla terra e al Signore. Bella conquista. E se la vita tutto sommato le andava bene così? Ripetitiva e semplice, solitaria? E se anche quella bruttezza maturata nel corso di così tanti anni, quel suo corpo deformato, ricurvo e secco, non le fosse poi tanto sgradito?
No, le era sgradito eccome, ma aveva soltanto quello.
D’altra parte gli esseri umani erano disgustosi. Cosa importava se giovani o vecchi? Erano tutti rivoltanti. Nessuno era realmente bello e armonico, i corpi erano di una bruttezza spietata.
Non avrebbe dovuto pensare neppure questo? Le dispiaceva, ma era così. Non solo i corpi erano informi, flaccidi, bianchicci, con peli sempre fuori posto, brutte mani, piedi grotteschi, gambe tozze e culi gassosi; la miseria che abitava dentro a quei corpi, la miseria, davvero, era intollerabile. Milioni di individui che si condannavano l’un l’altro ad un’umanità neppure rasente al suolo, ma con la bocca piena di terra, la pelle ferita, la pancia abrasa.
Un volo altissimo ridotto allo sputo di uno struzzo alla rovescia.

Chi ci aveva mai pensato, ai cari vecchietti? Quei nonnini tutto focolare e antichità, al colmo della saggezza, pronti a dispensare una parola buona. Incapaci di soffermarsi sulle bassezza del mondo, guadagnatisi faticosamente ogni centimetro su questa terra.

Lei ne aveva visti tanti, di vecchietti disgustosi. Di tronfi vincitori, di arroganti, di prepotenti. Di razzisti incapaci d’amore, sempre pronti a sfidare la differenza insinuata nella loro vita di cose sempre uguali a se stesse. Di giudici ignoranti, di maniaci, di spilorci affamatori di innocenti. Di guardoni impotenti, di gente che non aveva mai fatto altro che lavorare e che aveva il cervello rattrappito. Questi ultimi, però, forse, erano i poveri di spirito?
Aveva visto anche moltissima gente triste e sola. Gente che si era consumata lungo gli stipiti delle case che aveva abitato fino al punto da divorarle. Perché sono le persone che si nutrono degli spazi, e non viceversa. Una casa vuota è semplicemente una casa vuota. Un uomo solo è una casa, un bosco, una montagna, un piccolo ruscello e una via. Una salita. La stanza di un ospedale.
Un uomo vuoto è il vuoto sommato ad un sacco di cose.

Poggiò la birra sul tavolo. Sin da ragazza aveva amato bere in cucina. Il vino di suo nonno. Il mosto. Ma era un’altra cucina, ben più grande, perché era l’unica stanza calda della casa. C’era un grosso camino, e si stava bene lì attorno a guardare le faville fare le capriole. Da quelle parti l’odore della cipolla e del pepe era spesso nell’aria, e teneva compagnia, assieme a quello della cenere.
Le piaceva immaginare che quelle mura grezze fossero le mura di un castello. Aveva un libro, a casa, era di suo padre – lo ricordava benissimo, dello stesso padre che un giorno sarebbe poi morto in una battuta di caccia, soffiato via chissà perché in un istante da questa esistenza –, nel libro c’erano le illustrazioni di un vecchio castello, e quelle pareti di pietra le parevano le pareti di casa sua, della cucina in cui passava la maggior parte della vita da sveglia.
La notte sognava di trovarsi in una fossa profonda scavata da giganti mostruosi.
Di giorno, col sole, era un continuo correre. In bicicletta, fra i campi, rotolandosi qua e là, sbucciandosi le ginocchia. Palmira era la più sveglia, la più tenace. I suoi muscoli erano reattivi e forti, e in più non aveva paura di niente. Le piaceva confrontarsi con il mondo intero rinchiuso in quel minuscolo angolo di mondo che era la provincia durante la guerra.
Una notte che le nuvole scesero al di sotto delle colline, i tetti delle case vennero invasi da quella barba umida ed il fumo dei comignoli si confuse con quello del cielo, nelle case non poteva trovarsi altro che conforto o solitudine, o lo spessore della pelle, la notte, la pelle dell’aria fredda della camera da letto, Palmira vide sua madre in piedi nel corridoio, la intravide al buio, così, come alle volte sembra di indovinare un fantasma nel riflesso di un lampione accanto alla finestra. La vide e le si avvicinò, pensando che forse sarebbe stato il caso di parlarle. Sua madre era lì, immobile in corridoio, gli occhi spalancati e, probabilmente, stava pensando a suo marito. La piccola – a quel tempo doveva avere cinque anni o poco più, le gambe magre, i piedi scalzi, i capelli di già lunghi oltre le spalle – le si avvicinò e le prese la mano. Rimasero così, per qualche minuto, o forse per qualche secondo soltanto, a guardare davanti a sé il buio. Si rese conto che sua madre stava piangendo senza far rumore. Ma non fece niente. Nessuno fece niente. E così dopo qualche ora arrivò il mattino e devastò di luce la stridula campagna.

Io voglio pensare alla stanza in cui mi trovai con lei quel pomeriggio come ad un riflesso nel vecchio specchio sulla parete. Il momento in cui mi vide, e fece cadere a terra quella birra. Voglio pensare a lei come se fosse ancora bella, nonostante gli anni, nonostante la solitudine e il dolore. In fondo non avrebbe potuto mai capire quel che io rappresentassi lì in quel momento, all’interno della sua casa, non avrebbe potuto capire né il momento né il motivo. Ero lì e basta, e anche lei si trovava nello stesso posto, probabilmente con maggior diritto di me. Eppure la storia si era rivoltata e in quel momento quella piccola casa apparteneva più a me che a lei. Mi sentii inadatto alla responsabilità di una scelta definitiva. Avrei preferito trattenermi sull’uscio di un milione di case, in un milione di istanti pesantissimi decidere diversamente, cambiare la linea, scoprirmi solo. Incontaminato come la terra prima dell’avvento.
Lei mi guardò come immagino abbia fatto con sua madre, quella volta in corridoio. Gli occhi le si approfondirono fino a restringersi. Magari cercava nella memoria il momento in cui ci eravamo già incontrati. Non era così. La mia vita era estranea alla sua, eppure ci abbracciammo, con forza, di scatto, d’un balzo, ed io presi quel che era, tutto quel che conoscevo di lei, che avevo fantasticato, in quell’abbraccio.
Respingendo Cristo con la fierezza ottusa del codardo.

Un ricordo, qualche istante prima, lo ebbi anch’io. Steso su di un immenso prato di una valle in montagna. La bicicletta poggiata accanto, la pelle ruvida di sale. Tutto quel sudore, tutta quella fatica per arrivare sin lì. Risuonavano in me musiche immaginarie, echi distanti, arpeggi meravigliosi. La cascata squarciava la montagna come un uomo ferisce la madre che lo inventa.
Rimasi lì ad osservare, venendo a contatto con ogni sensazione, spingendo me stesso al di là della mia più comune interpretazione delle cose. Immaginai di essere chiunque altro. Qualunque altra cosa. Perché in fondo di ricordi ne avevo pochissimi; il mio cervello non era in grado di immagazzinare. Il passato non gli apparteneva – eppure, era stravolto dalle proiezioni. Mi vidi con le spalle sotto a quella cascata, schiaffeggiato dall’acqua fredda. Vidi il sorriso di mille uomini attorno a me distendersi come una carezza lungo la valle.

Definitivamente, lasciai la casa lasciandola a terra, spopolata. Scesi in strada e mi stiracchiai sotto al sole caldo. Diedi un calcio ad un sassolino che urtò contro al paraurti di una macchina. Sono stati fatti per questo, pensai. Non ho fatto niente di male.
Passai all’alimentari e comprai anch’io una birra. Vederla bere così, con quel gusto, a ottant’anni, la sua ultima birra fresca, mi aveva fatto venire sete. Non fraintendetemi, non c’è alcuna ironia in quel che dico; è un dato di fatto che mi fosse venuta voglia, anche se forse non avrei dovuto sottolineare che si trattasse della sua ultima birra. Ma chi può dirlo?
Entrai nella chiesetta dove Palmira si trovava poco prima che la uccidessi.
Gesù dal volto aguzzo, come le colline devastate. Il tempio è coperto dalla polvere del deserto.
Palmira è lì, inginocchiata. Non sono mai riuscito ad inginocchiarmi, ed ammiro la compostezza con cui lei si prostra. È ancora una bella donna, ne sono sicuro. Soltanto, è stata invasa dal prossimo che avrebbe dovuto amare. Pende gravoso lo scopo sul capo del giusto. Pendo io stesso grave sul nostro destino, come un pendolo di morte. Palmira è lì, apre le braccia. Il corridoio spalanca milioni di finestre lungo la campagna. Io sono lì, e le sorrido. L’uomo anonimo inciampa sulla parola “empietà”. Palmira sorride.

Cadendo in terra eppure il destino le aveva lasciato scoperto un fianco.

Fabrizio Sabatini