Prato. Dal laboratorio di scrittura alla rivista "a few words". Un racconto di Filippo Romei, "Sforbiciate".

Prato. Dal laboratorio di scrittura alla rivista “a few words”. Un racconto di Filippo Romei, “Sforbiciate”.

A Prato c’è un laboratorio di scrittura che due volte al mese riempie la sala dell’associazione culturale AUT in via Filippino 16. Pare che ci vengan anche da Firenze. A furia di leggere e discuter di letteratura il vizio della scrittura è dietro l’angolo, e la nascita d’una rivista quasi un dovere nei confronti del proprio entusiasmo.
“A few words” ha avuto il suo numero Zero in aprile (o fiorile, come preferiscono chiamare “il più crudele dei mesi”), ma le cose sono andate così bene che il vizio prosegue – sempre più raffinato.
Per gentile concessione della redazione e di Filippo Romei, autore e curatore della rivista, vi presentiamo uno dei racconti del numero Zero, ricordandovi che il 28 maggio sarà presentato il numero 1, sempre a Prato, presso AUT in via Filippino 16 – e pare che ci vengan anche da Firenze.

Paolo Girella

La più bella sforbiciata che abbia mai visto nella mia vita è stata eseguita da Igor Protti in un Bari-Cremonese 2-1 del campionato 1995-1996. La scoprii per caso su un “Guerin Sportivo” che mio padre portò a casa una domenica di abbastanza anni fa, ed è rappresentata da un’unica foto, un solo movimento perfetto: colpisce la palla, che gli sta arrivando da sinistra, di pieno collo destro completamente lievitato dal suolo, la schiena perpendicolare al terreno. La gamba sinistra è girata indietro, quasi sotto la natica, la gamba destra è in ipertensione verso l’alto, come ci fosse un gancio immaginario a tenerla in cielo, e fungeva all’atleta da periscopio in sostituzione della testa, rimasta sotto nello slancio, impossibilitata ad agire. La didascalia sotto la foto diceva: Protti impegna il portiere in sforbiciata.

Folgorato dall’abbagliante scoperta, la ricerca della sforbiciata perfetta divenne per me una vera e propria crociata da intraprendere. Cominciai col coinvolgere mio cugino, col quale ci intrattenevamo in lunghissime sessioni di prova ai giardini di via B.; ci posizionavamo vicino ad un albero, per l’occasione investito della carica di Palo della Porta, e a turno ci mettevamo a sforbiciare. Lui giudicava le mie e io le sue, con i gradi di giudizio che consistevano in fluidità del movimento, accuratezza del tiro e fedeltà alla “Foto di Protti”, l’ideale stilistico al quale ci ispiravamo.

Entrando più nel particolare, ciò che valeva più punti in assoluto era qualcosa di molto più impercettibile all’apparenza, ma che decorava il tutto di una vena sensoriale che potrebbe essere riconducibile, se parliamo di biliardo, al colpo ovattato che la punta della stecca sferra alla palla bianca, o alla vibrazione ruvida, ma docile, delle corde della racchetta dopo un rovescio in slice, se invece si prende in esame il tennis: sentire il THUD!

Dicesi sforbiciata /sfor.bi.cià.ta/ , il gesto tecnico in uso nel gioco del calcio che consiste nel colpire un pallone volante con le spalle rivolte alla porta. Si differenzia dalla più banale rovesciata per una sola quanto macroscopica differenza, ovverosia quando anche la gamba d’appoggio si stacca da terra insieme alla gamba che deve colpire il pallone, in modo tale da avere una rotazione del busto che ci permetterà di imprimere maggior forza al tiro tramite un movimento mulinatorio delle gambe.

Requisito fondamentale è quello che, atterrando, si debba finire culo a terra e gambe all’aria, pena il declassamento a rovesciata classica. Postilla: alla “tedeschina”, il gol in sforbiciata vale venti punti. Questo per puntualizzare.
In vita mia, non ho mai conosciuto un essere umano che sia rimasto insensibile dopo aver visto una sforbiciata di collo pieno finire sotto l’incrocio dei pali di una qualsiasi porta, anche se non posso escludere che ne esistano.
Al di là del semplice contesto, che può interessare o meno, a livello tecnico la rovesciata non ha alcuna ragione di esistere. Se anche volessimo ammettere che in alcune situazioni possa apparire come unica soluzione d’intervento, resta un dato oggettivo il fatto che le basi della sua esecuzione sono l’antitesi stessa del senso del gioco, inteso come raggiungimento di un obiettivo percepibile. Sforbiciare affascina non solo in quanto simbolo di imprevedibilità e fantasia, quanto piuttosto come momento di incoscienza, lo spartiacque esistenziale che ci fa prendere atto che si può raggiungere uno scopo evitando pure di avercelo davanti. Ha il sapore di uno scherzo e l’aspetto di un destino ineluttabile. Scoprii tutto questo un tardo pomeriggio di marzo di tre anni fa. Abitavo allora molto vicino ai giardini di via B., dove da un po’ di tempo avevo cominciato a notare un ragazzino che si soffermava sempre ben oltre l’ora in cui i suoi compagni di partitelle facevano ritorno a casa. Avrà avuto undici anni, magro ma nevrile, capelli corti biondicci, baricentro basso, occhio sveglio. Si piazzava vicino ad un albero, poi gli voltava le spalle, con le mani si alzava la palla a campanile e sforbiciava. Minimo ne sparava via una ventina.

Se faceva troppo buio, si accostava ad uno dei radi lampioni del giardino e si metteva a sforbiciare sotto il cono di luce. Ero rimasto molto colpito dalla regolarità del suo impegno e dalla costanza con la quale si sforzava di ripetere il gesto quasi meccanicamente, percepivo in lui il desiderio di voler giungere a qualcosa di diverso della semplice familiarità, così un giorno decisi di offrirmi come “lanciatore di palloni” per cercare di capire le ragioni che guidavano la sua dedizione. – Se sai fare le sforbiciate piaci a tutti – fu la sua risposta.
Non trovai immediatamente qualcosa da aggiungere, pertanto continuò: – quando fai gol in sforbiciata, anche se sei scarso a giocare, ti senti un campione. Fanno stare bene. E poi mi piace il suono del pallone, quando lo colpisci in pieno. Non sai dov’è la porta, lo intuisci ma non la vedi, per cui non sai dove finirà esattamente la palla. Ma se arrivi a sentire quel suono, sai che andrà nella direzione giusta.

– Hai ragione – soggiunsi sorridendo. Conoscevo bene quel suono – ora però alzamene una tu. – Vestito così ti sporchi – mi disse con finta preoccupazione, in realtà si notava chiaramente che non voleva dividere il suo personale palcoscenico col primo venuto – facciamo così, domani ritorni e facciamo un po’ per uno, va bene?
– No . Bene così, continuiamo pure – soggiunsi, e mi rimisi ad alzargli palloni.
Quante vuoi che te ne alzi ancora?
– Quante ne servono – mi rispose.
Lanciai la palla. Lo vidi cominciare il movimento mentre il pallone si dirigeva veloce verso di lui, lo vidi rimanere a mezz’aria, nell’istante in cui il corpo rimane in bilico tra il ruvido del suolo ed il soffice dell’aria, con la coda dell’occhio osservò la sfera in arrivo, valutò il momento dell’impatto e poi…
THUD!
– L’hai sentito? L’ hai sentito vero? – Mi gridò alzandosi.

Filippo Romei

a_few_wordsPresentazione n. 1, maggio, “a few words”.
Giovedì 28 maggio, ore 20,45
AUT, via Filippino 16 – Prato
Evento Facebook

Una serata presso lo Spazio Aut per presentare il
numero 1 – Pratile 2015 del mensile di letteratura
A FEW WORDS
Per l’occasione sarà prevista una Reader’s Night dove i lettori saranno protagonisti: chi vorrà, infatti, potrà cimentarsi nella lettura di un proprio brano o di un brano altrui.