Prince. Cronache di una sera d’aprile a Paisley Park

Prince. Cronache di una sera d’aprile a Paisley Park

Qualcosa di incredibile è successo a Paisley Park.
I corridoi della pornografia musicale, le stanze della raffinazione del gergo di strada, i giardini della “musica del disagio” sono insolitamente silenziosi e c’è chi mormora che siano destinati a rimanere così per sempre. Tutto è calmo a Paisley Park, come se si attendesse qualcosa.
Eppure si può dire che era una vita che attendeva questo momento, lui che al successo si era dovuto abituare quando aveva ancora pochi peli sul “petto più famoso d’america”. Era stato spesso costretto al lustro, e adesso è lì finalmente in pace, seduto davanti al suo immenso piano a coda viola. Indossa una camicia di seta arancione, pantaloni di pizzo neri e scarpe con tacco alto intonate con la camicia. Sul suo volto si apre un sorriso rilassato, il sorriso di chi finalmente può essere se stesso senza sentirsi chiedere quando arriverà il giorno in cui smetterà di fare la donna. Respira e ripensa a ciò che è stato. A ciò che è stato capito e al troppo che non lo è stato. E mentre quasi la nostalgia lo conquista suona il campanello.

“Sì, chi è?”
“Sono Sly vecchio frocetto! Che fai apri?” . Il principe apre la porta, c’è davvero Sly Stone. Si sono conosciuti ormai più di trent’anni fa, e Prince non era riuscito a soffiare mezza parola per la tensione. Prende tra le mani tremanti e sudate il suo regalo, lo scarta e scopre una candela che porta su scritto ispirazione. Lo ringrazia, e lo invita a sedersi. Torna poco dopo con un 45 giri: “Controversy”. Le crome scandite in basso e batteria invadono l’enorme living room, e sulla chitarra funky che mastica i beat in pieno stile family stone, Sly comincia a muovere la testa e a masticare soddisfatto il suo chewing gum. I potenti polymoog lanciano il verso “controversy” ad alto voltaggio, come un fastidio, come una rivolta interiorizzata nel tempo e palesata con atteggiamento di sfida. Sly capisce che forse il ragazzo ha colto il senso dei suoi nastri meglio di chiunque altro. Minuto 4 e 16, una chitarra tesa e impulsiva gioca su una jam funky e i due inquilini cominciano a danzare spensierati come due ragazzini, ma il campanello suona ancora. Stop, alza la puntina.

Lovesexy (Jean Baptiste Mondino)

“Chi è?” chiede Prince. “Ciao Rogers, sono John”. John Lennon è a Paisley Park. “Un piacere infinito averti a casa Mr. Lennon ho sempre voluto conoscerti…” e i due si stringono timidamente la mano. “Piacere tutto mio Rogers, ti ho voluto portare un pensiero…” dice con il suo caldo timbro anglosassone offrendogli un’altra candela. Questa è color lampone e porta su scritto: narrazione. Il principe la pone accanto all’altra sul pianoforte e offre a John un pensiero: “Raspberry beret”. I due si scambiano un sorriso d’intesa. Il compulsivo intro di cassa e cymbals prende respiro nel salone, si aggiunge la fuzzy guitar a dettare la solita linea disco. Poi tutto si apre sopra una sezione di violini e violoncelli e Lennon sorride compiaciuto. La strofa canta di un ragazzo bohémien che spende i giorni a compiacersi piuttosto che a lavorare. Prince prende e ricuce, la narrazione diventa autoparodia, l’ingrediente più sottile del suo successo nell’estetica giornaliera così come nei suoi testi. Il ragazzo si innamora di una donna sopra le righe che gli mostra il mondo sotto una prospettiva inusuale. Si palesa così l’omaggio di The Artist al pop-folk psichedelico degli anni ’60, nella musica prima e nel cantato poi. Un omaggio che chiaramente non può evitare di travestirsi dell’erotismo maniacale di Prince che concede agli amanti la loro prima notte d’amore nel finale di strofa e dell’autoparodia con la quale si fa beffe del personaggio da lui creato che quasi urla disperato sommerso dai violini dell’outro “I think I love you” divenendo così un bambino da compatire. La canzone finisce, Lennon applaude, e il campanello suona ancora.

Suona come se qualcuno da dietro la porta aspettasse la fine della canzone. Lui apre ma non c’è nessuno. Joni Mitchell è anziana, ha vissuto tutto e vivrà, e si è portata dietro il desiderio di entrare a Paisley Park. Entra nel salone dopo aver suonato il campanello quasi per gioco e quel posto è insolitamente vuoto. C’è solo un pianoforte, il pianoforte viola del principe. Lei prende la sua candela, le dà vita con un fiammifero e la poggia sulle corde spente. Sopra c’è scritto: silenzi. Si siede al piano. Viene un Mi, un Fa diesis minore, poi viene “Sometimes it snows in april”. Per la prima volta Prince nella scrittura di una canzone si concede ai silenzi, agli spazi vuoti. Il piano sembra prendersi il tempo per respirare e assaporare la calma della primavera. Buffo che abbia deciso di andarsene ad aprile. Springtime was always my favorite time of year, Now springtime only reminds me of Tracy’s tears, è ora un po’ il verso di tutti coloro che si sentono abbandonati dal folletto di Minneapolis. Lui che tra le note di questo brano aveva trovato quel profumo europeo tanto caro a Joni, che aveva imparato come lei a dire senza dire, nello specchio di quella neve che copriva i fiori che ancora dovevano nascere. Nella bellezza di quell’armonia Joni volta le spalle alla villa mormorando un “thank you”.

Richard E. Aron

Se c’è qualcuno a cui però Prince può più di tutti essere grato è l’ultimo ospite: James Brown. “James!” esclama Prince stringendolo in un abbraccio fraterno. Mr. Dynamite si guarda intorno, passando ripetutamente le mani sui risvolti della giacca. Rivolge un occhiolino a Sly e poi si accorge delle candele. “Vedo che anche sui regali mi avete rubato le idee eh?” chiede scherzosamente rivolto agli inquilini di Paisley Park. Aggiunge la sua alla collezione, la scritta coordinate è scavata profonda sulla cera. “Passami Parade Rogers” pronuncia serio James. Lato B, traccia 3, una chitarra in wah wah e i bassi della grancassa 80’s di Kiss esplodono nella stanza. Poi Prince comincia a urlare come una checca eccitata e a muovere lubricamente il ventre, e improvvisamente tutti lo riconoscono. Perchè, come gli ha insegnato il suo mentore James, non esiste un Prince privato, Prince è i suoi look, i suoi movimenti, le sue maschere. Non parla con la stampa, non offre delle crepe nelle quali possa offrirsi come uomo. Porta l’arte alla democrazia assoluta: lui è uguale per tutti, non privilegia nessuno. E così, in quei movimenti, in quella sensualità impacciata, You don’t have to be rich to be my girl, You don’t have to be cool to rule my world, I just wanna your extra time and your kiss, riconosciamo il nostro Prince, e poco importa il resto, questo è come ha deciso di mostrarsi, l’oggetto del suo desiderio erotico, un animale travestito da santo. James Brown danza con lui e riconosce il suo erede, forse troppo tardi, forse nella maniera sbagliata. Gli chiede scusa per quel concerto dove incoronò Michael Jackson come suo successore e poi costrinse il principe a una figura indegna sul suo palco e lui fa spallucce. Tanto lo sapeva di essere di un’altra categoria.

Torna il silenzio sulla sala, e Prince si nasconde dietro una colonna di marmo, fissando pensoso i suoi ospiti con una mano timida poggiata sul volto. Un din don rompe l’imbarazzo. L’ultimo.
“Ciao papà” soffia rivolto all’uscio della sua villa. John Nelson lo stringe forte in un abbraccio. Fuori Paisley Park piove. And there’s always a rainbow, at the end of every rain, cantava il principe in quella canzone su cui la stampa fu pronta a montare un’infanzia infernale nonostante le continue smentite. “Figliolo, guarda bene” il padre lo indica a guardare il cielo. La pioggia sembra tingersi di viola nel cielo di Minneapolis. Purple rain è una delle canzoni più conosciute del principe, e spesso nella bellezza dell’arrangiamento ci si dimentica delle parole. Sono le parole di un artista affranto che nel ritornello sembra quasi stanco e nervoso nel chiedersi: voglio solo vederti bagnare di pioggia viola. Voglio solo vederti arrivare a un compimento spirituale, essere un amante e un musicista modello. Padre e figlio sono abbracciati sulla porta di casa, quella è anche la loro canzone, i versi in cui Prince confida che la tenacia nel credere ai suoi sogni la deve al suo passato. Quei giorni in cui il padre suonava jazz per i night club e il piccolo Rogers lo attendeva un pò infatuato da quelle donne piene di lustrini e un pò triste per il fallimento del padre.

John gli consegna le chiavi. “è ora di andare Rogers” gli dice. “Casa è dov’è il tuo cuore, sarai qui per sempre” . Il folletto gli sorride ed esce fuori. La pioggia lo bagna e finalmente riesce a sentirsi l’uomo che ha sempre voluto essere. Realizza che grazie a quelle note la gente lì fuori saprà chiedere di più, qualcosa di più profondo, di più significante, di più sublime, e saprà riconoscere che forse non è ancora abbastanza. Che la propria vita merita sempre qualcosa di più.
Arrivederci principe.

“Paisley Park is the place one should find in oneself, where one can go when one is alone” Prince Rogers Nelson

Mariano Biasella