Prokof’ev-Ėjzenštejn. Il connubio: sinfonie, visioni, arte e guerra.

Prokof’ev-Ėjzenštejn. Il connubio: sinfonie, visioni, arte e guerra.

Ogni volta che Sergej Sergeevič Prokof’ev, dopo aver lungamente viaggiato, faceva ritorno a Mosca, si sentiva un uomo felice.
La prima volta, fu poco prima della morte di Lenin. Il paese era in profonda trasformazione.
La rivoluzione era ancora giovane e la società era appena uscita da una lunga stagione di violenze e di terrore. C’era una grande attenzione per lo sviluppo industriale, per l’istruzione e per le arti, e tutto sembrava viaggiare verso un progresso alla portata di tutti.
Lui, giovane e promettente compositore, era ammirato da stimatissimi colleghi, conteso dalle migliori orchestre e dai più prestigiosi teatri.
La seconda volta che fece ritorno, più di un decennio dopo, arrivò da leggenda, ma si trovò catapultato in un paese governato in maniera paranoica e asfissiante, edificato su un feroce totalitarismo.
Era di nuovo nel suo amato paese, ammaliato dagli apparenti e sbandierati cambiamenti sociali in atto e dall’importanza che il regime dava alla cultura e alle arti. Si accorse ben presto che le cose non erano come lui le aveva immaginate, o come gli erano state prospettate.
Stalin lo aveva convinto, promettendo onori e libertà di espressione. Non mantenne mai del tutto la sua promessa.

Prokof’ev

Anche Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, era tornato in patria dopo aver lungamente viaggiato, ma con sentimenti contrastanti. Rientrava dopo aver vissuto l’ebbrezza della fama e della ribalta internazionale. Aveva saputo resistere alle sirene che lo volevano autore prestigioso di pellicole nell’industria hollywoodiana. Quel mondo luccicante e in aperto contrasto con le sue convinzioni ideologiche, lo intimoriva e lo affascinava al contempo. Temeva che la sua idea di arte cinematografica non collimasse con gli intenti dei committenti e con le esigenze dell’industria. Ma non furono solo gli aspetti artistici a pesare sulla scelta. Stalin non aveva visto di buon occhio l’offerta recapitata al regista dalla Paramount Pictures. Ne ordinò di persona il rimpatrio, arrivando a minacciare apertamente gli affetti e di revocare gli incarichi che aveva ottenuto in anni di brillante carriera. Pure l’esperienza messicana era terminata in maniera dolorosa e il forzato ritorno in patria lo portò a una lunga e macerante depressione.
Dopo un periodo di comprensibile sbandamento, decise di tornare a lavorare su di un progetto. Cercava un idea, che arrivò, in un freddo pomeriggio di tarda primavera.

Ėjzenštejn

Dopo aver assistito a una rappresentazione del Romeo e Giulietta dello stesso Prokof’ev, ha una intuizione.
Raccontare la figura leggendaria di Aleksandr Nevskij, eroe popolare amatissimo, con l’apporto maestoso e suggestivo della musica del compositore contemporaneo più apprezzato in quel momento.
Inoltre la storia aveva molti riferimenti all’attualità. Le costanti tensioni, le aperte avversioni delle democrazie occidentali verso il modello rivoluzionario; la crescita smisurata del potere militare della Germania nazista, rendevano quella storia, un veicolo perfetto anche per la propaganda di regime.
Aveva bisogno sia personalmente, sia artisticamente, di uscire da una spirale perversa.
Era giunto anche il momento di mettere in pratica le teorie sulla sonorizzazione dei film, che aveva condiviso con l’amico e maestro Vsevolod Illarionovič Pudovkin.
Espose l’idea al compositore, grazie all’intermediazione dell’amico comune Ėmil’evič Mejerchol’d.
L’incontro avvenne nell’elegante appartamento di Prokof’ev, non molto distante dal prestigioso Teatro Vachtangov, in pieno centro della capitale, che allora, era una fucina inesauribile di talenti in ogni disciplina artistica.

Ci volle un po’ di tempo, ma la stima reciproca tra i due, fece materializzare il progetto.
La lavorazione fu un momento esaltante per i due artisti. La potenza delle immagini si sposava perfettamente con la solennità e con il pathos che il compositore riuscì a imprimere.
Fu un successo strepitoso che valse il ritorno in auge e la consacrazione del binomio, divenuto indissolubile.

Intanto il regime intensificava il suo lato repressivo. Ne fecero le spese molti artisti, che furono ostracizzati, “rieducati” e, i più riluttanti, passati per le armi. Uno dei casi più eclatanti fu quello che coinvolse proprio l’amico Mejerchol’d, regista teatrale la cui fama aveva varcato i confini, fucilato con l’accusa di alto tradimento per le sue idee apertamente trotzkiste.
Stesso destino tragico toccò alla moglie,Zinaida Rajch, una delle attrici teatrali più famose sino a quel momento, uccisa poco dopo dalla polizia.

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In quel clima poco favorevole, decisero comunque di proseguire la collaborazione prendendosi il giusto tempo per elaborarne idee e contorni. Il racconto delle gesta eroiche dello zar Ivàn IV, uno dei padri della “Grande madre Russia”, era un soggetto che offriva ai due le necessarie motivazioni. Il progetto proposto da Ėjzenštejnera ambizioso.
Aveva in mente una trilogia e si era subito immerso nella scrittura del soggetto e nelle prime fasi della sceneggiatura.
Girò alcune scene di interni e le sottopose a Prokof’ev, per dare al maestro, un’idea delle atmosfere che voleva ottenere.
Nel frattempo l’Unione Sovietica era sotto attacco. Le truppe nazi-fasciste conquistavano rapidamente territori. L’avanzata sembrava inesorabile; Mosca si sentiva già sotto assedio.
Ėjzenštejn e la troupe si trasferirono ad Alma-Ata in Kazakistan per cominciare le riprese del film.
Il compositore riuscì a raggiungerli solo la primavera dell’anno successivo, poiché convalescente a seguito di un attacco cardiaco.
Intanto le sorti della guerra cambiarono.

4- I.T

Stalingrado prima, la riconquista della Bielorussia e dell’Ucraina dopo, e soprattutto il successo tattico della Operacija Bagration spezzò il fiato agli invasori, che cominciarono una rovinosa ritirata.

Il film uscì dopo un lungo periodo di lavorazione, proprio nel momento cruciale della grande controffensiva.
Accresciuto dall’enfasi e dalla retorica di regime, che usò la pellicola come una grancassa propagandistica. Il film sembrò profetico e puntuale.
Ancora una volta il connùbio tra immagini e musica risultò perfetto. La pellicola fu accolta con entusiasmo e fu un ennesimo successo. Stalin in persona volle premiarlo. Non fu così magnanimo con la seconda e la terza parte del film.

La seconda parte uscì qualche tempo dopo, in un clima completamente cambiato. De La congiura dei Boiardi Stalin, in particolare, non apprezzò né l’intricata trama, né i risvolti psicologici del personaggio principale e né tantomeno le allusioni sul modo di gestire il potere con la forza, in cui il dittatore ravvisava forti allusioni a un recente e tormentato passato.
La pellicola fu “congelata” per più di 10 anni.

2 - A.N

La terza parte non fu mai del tutto ultimata. Le poche sequenze salvate dal macero furono giudicate poco significative e non fu possibile restaurarle in modo completo.

Per i due artisti cominciò un periodo buio e difficile. I due vivevano già da tempo sotto continua sorveglianza. Funzionari della polizia politica esaminavano ogni lavoro svolto, che passava dalle maglie della censura in maniera preliminare. Le abitazioni erano presidiate e sorvegliate notte e giorno. Questa situazione logorò entrambi in maniera inevitabile.
Ėjzenštejn, colpito da un attacco di cuore fulminante,morì in un giorno di inizio febbraio, solo e senza nessuna celebrazione particolare. Finiva così la parabola terrena di un genio, un innovatore tra i più ammirati e studiati della settima arte.

La notizia gettò nello sconforto il grande compositore. Qualche giorno dopo la polizia politica arrestò per spionaggio l’ex moglie del maestro, Lina Llubera.
D’improvviso sentì stringersi un cerchio oppressivo intorno a sé. Nonostante tutto, per alcuni anni ancora, continuò a lavorare molto, componendo musica che divenne immortale.
Morì per un’emorragia cerebrale proprio il giorno in cui lasciava la vita terrena pure Stalin, che, anche da morto, riuscì a offuscarne la figura pubblica.
Solo una settimana più tardi, i giornali di regime comunicarono l’avvenuta scomparsa di uno dei più grandi compositori della sua epoca .

Furono in pochi a poterlo salutare, proprio come successe qualche tempo prima, al suo amico visionario.

Lirio Immordino