Punpun custode del mondo. Sull'opera di Inio Asano

Punpun custode del mondo. Sull’opera di Inio Asano

“La mattina arriva per tutti, democraticamente, ma non si ripete mai, non è mai uguale a quella precedente. Ho questa specie di idea. Se qualcuno mi chiede cosa significhi, non so cosa rispondere. Però posso dire che si tratta di una bella sensazione. Se provassi a spiegarlo al me stesso diciassettenne, non ci crederebbe. Forse sarebbe in disaccordo, o mi giudicherebbe un vecchio, o uno che che è diventato marcio dentro. Ma va bene anche così. O, almeno, oggi credo che andrebbe bene anche così.”

Inio Asano

I disegni di Inio Asano, mankaga giapponese nato nel 1980, si leggono come avamposti, come tavole di scompigliata letargia. Qualche titolo per una storia breve:

Alfalfa / Domenica, pomeriggio, sei e mezzo / Vita quotidiana e malinconia di A, ragazza dalle grandi fantasie / Prima dell’alba / Come passo il mio giorno libero / 17 /Senza titolo / What a wonderful world/Tokyo / La fine del mondo / Snake-man e la grande guerra tridimensionale!

Asano  è, tra i disegnatori della sua generazione (nel 2001 vince il premio GX per autori esordienti), quello più prossimo al ritratto  rigoroso, al pluriverso del realismo  e, insieme, al campo mitico, al campo assorto della parabola: non bianconero, neanche quello a stazioni orizzontali della pagina,  ma tragitto e materia di moltiplicazione, firmamento tempestivo.

Prendiamo La città della luce, manga pubblicato nel 2005 come vicenda del condominio terrestre: nelle camere disegnate, nell’inquieto sistema residenziale i personaggi s’incontrano uniti da una lama di vacanza: sanno che se anche l’umanità dovrà un giorno estinguersi, pure occorre ostinarsi a resistere, a edificare, o almeno tentarlo: nonostante l’aria spauritissima, fare un patto di limpidezza con il sole.

 Così Asano, nella sua severità puerile da guardiano del gioco (“Una delle mie ambizioni è quella di mantenere i lettori più giovani interessati al mio lavoro: poco m’interessa se loro non comprendono la storia nella sua interezza”), consegna la sua formula per scampare alla logica dell’accadimento come formula dell’evocazione e dell’evento, come insorgenza e annuncio di vitalità, quindi in un piano laicamente, liricamente cherigmatico.

Opera volatile, di migrazioni o meglio di esuberanza  formale (“C’è una tendenza a separare ogni cosa in un genere, (…) e questo m’infastidisce”) Buonanotte PunPun, pubblicato tra il 2007 e il 2013 in tredici volumi, illustra che si può ancora raccontare una storia di formazione – quand’anche lacerata e lunare – , come se si trattasse di una fulminea aggressione alle promesse del fatalismo, come scansione militante e intenerita del giorno che viene: e così ciò che si dichiara disperazione e condanna diventa sommessa rivolta all’agonia  sociale (l’alta incidenza dei suicidi in Giappone è uno degli spasmi ricorrenti nell’opera di Asano).

Punpun è la storia del bimbo che  battezza un pianeta sul quale abitare e dove mai abiterà.  Punpun è un agglomerato grafico di segni, incidenti, torsioni eversive, e pure – uccellino stilizzato, specie di scarabocchio – è capace di disegnarsi sul volto due ictus in sembianza di lacrima. Punpun è un campo di smorfie coltivate contro la grammatica del lineare, del persistente, del prospettico, dell’adulto: diciamo, magari, come unità o morfema o tetrahedron elementare ma solo per essere rivoltato in altre varianti non poligonali: geometria degli umori.

Punpun è nel medesimo coro, nel medesimo sonno-sogno parallelo di Barnaby, del bambino  (di legno? e d’altronde non sono entrambi  proiezioni disperse o forse sospese/appese allo stesso soffitto del burattino-archetipo, del burattino che deve passare le sue foreste e le sue voragini per veder la Luna?) chiamato a confrontarsi con la propria reliquia fatata:

“(…) Barnaby è l’avventura di un bambino cui un giorno, anzi una notte, capita di entrare in rapporti con il Fato Padrino personale, rapporti straordinari che straordinariamente sconvolgeranno il mondo intero. La lotta tra Barnaby e lo psicanalista che tenta il suo recupero sociale è forse il capitolo più bello del fumetto. Questo dottor A.A. Smith è una banalità assoluta, dagli occhiali stagionati al funebre vestito di circostanza. Ed è subito talmente ossessivo da far sospettare che possa riuscire a prevalere sul bambino. Dopotutto, Barnaby è figlio dei suoi genitori, da lui la società aspetta un futuro cittadino. Se cedesse, non ci sarebbe da meravigliarsi, c’è da meravigliarsi, al contrario, che non ceda: (…) l’immaginazione di Barnaby contro il resto del mondo. (Oreste Lionello)”  

Tutto frequentato di cortei funebri, il transito (la vicenda) di Punpun in questa nostra galassia imperativa e rabbiosa è davvero uno spettacolo anomalo, così caparbio nel tenere insieme letanie  e schianti e così incapace di chiudere o di concludere, ma anche  di schiudersi davvero del tutto, di dire il mistero di questa in fondo antichissima cerimonia del rivenire al mondo, del rivenire al proprio corpo liberato. Punpun, storia dell’occhio-corpo itinerante, dell’occhio-corpo animale bendato cavato “sacrificato” come scarto alla cronologia  (cioè per incominciare a vedere), è un’altra grande, avventurosa narrazione del crescere (verrebbe da dire impossibile eppure presente, concepita come un congegno mitico e anamitico: “E potrà salvare anche noi, se gli crediamo”, dice Platone). Sciaguratamente assorti nei racconti  educativi e nelle nuove antologie per l’infanzia, abbiamo bollato come letteratura per adulti l’ultima fiaba d’incorrotta, antica  custodia del mondo.

“Nessuno poteva uccidere Pinocchio, se non Pinocchio; nessuno se non lui poteva far morire quel suo legno «durissimo». Ma vi è del mistero in questa morte. Il burattino di legno ha scelto la morte perché potesse cominciare a vivere il Pinocchio – se così si chiamerà – di carne; ma non si è trasformato. Morto, è rimasto come salma «appoggiato ad una seggiola, col capo girato su una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo». Pinocchio guarda quel burattino misterioso, il «burattino meraviglioso» e «buffo». Nella casa del nuovo Pinocchio resta quella reliquia morta e prodigiosa, il nuovo e vivo dovrà coabitare col vecchio e morto. Quel metro di legno continuerà a sfidarlo. (Giorgio Manganelli)

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 Giorgiomaria Cornelio