Raccontare il dolore attraverso l'immagine

Raccontare il dolore attraverso l’immagine

A volte il dolore può diventare la nostra più grande risorsa: quando tutto sembra perduto e la disperazione avvolge ogni singola fibra del nostro essere, l’arte se ne nutre, allontanandoci dal buio. La malattia è forse l’ultimo sistema realmente democratico: non conosce religione, né sesso, né ricchezza. Si nutre di tempo, di ricordi e, soprattutto, di illusioni. E’ quasi impossibile riuscire a coglierla nella sua crudeltà: ancora più difficile riuscire a catturarne l’essenza per restituirla al mondo. Olivia Parker l’ha fatto, raccontando con uno scatto il dramma di suo marito John, malato di Alzheimer, immortalando i fogli accartocciati che usava per ricordare le cose. La sua immagine non è un inno al lirismo sofferente, bensì un intimo sguardo nei luoghi e nei gesti della malattia, fatti di quotidianità, di abitudini e di una ritualità insolita. D’altronde l’Alzheimer è una malattia silenziosa, a volte incapace di lasciare segni ostensivi del suo passaggio, almeno ad uno sguardo esterno. Ma Olivia Parker (la moglie Olivia Parker), ne ha colto le incertezze, gli inciampi e i vuoti prima che si impadronisse completamente della mente di suo marito. Solo l’intimità ha permesso di notare i dettagli, i pezzi mancanti. E così quei fogli accartocciati che agli occhi di tutti erano solo pezzi di carta inutilizzabili, sono diventati l’immagine della malattia.

Olivia Parker, Remnant, 2016

Olivia Parker, Remnant, 2016

Una malattia che lacera proprio il nostro rapporto con le cose, con gli oggetti, con la realtà: lo sguardo deve perciò necessariamente posarsi sul mondo esterno, e non sull’essere umano, che a volte non mostra alcun cambiamento fisico. Il paradosso è proprio qui: fotografare un oggetto per raccontare il dolore e la malattia di un uomo. La fotografa e documentarista Lauren Greenfield, invece, ha scelto di raccontare il mondo silenzioso, ma sovraesposto dei disturbi alimentari. Nel suo progetto Thin i corpi delle ragazze affamate sono mostrati in tutta la loro forza, senza alcuna mediazione: la macchina fotografica si insinua nelle lacrime, nel dolore, nei corpi scheletrici. C’è chi guarda con sospetto una scatola di biscotti, come fosse un nemico terribile; chi si pesa sulla bilancia; chi invece mostra il proprio diario su cui risaltano le scritte di odio nei confronti del proprio corpo. Il dolore ostentato ci offende, ci indigna, a volte ci infastidisce. Ma, come diceva Cartier Bresson, ciò che conta è osservare l’uomo nella sua fragilità, nella sua debolezza, immerso in un mondo complesso ed ostile.

Olivia Parker, "changes" 2016

Olivia Parker, “changes” 2016

La minaccia a volte cresce dentro di noi, nelle nostre menti delicate o nei nostri corpi fugaci. Altre volte la minaccia è altrove, lontana chilometri dai nostri luoghi, ma non per questo è meno dolorosa. La fotografa Nilüfer Demir ha raccontato in un solo scatto la crisi dei migranti nell’estate del 2015: è bastata una  foto per descrivere il dolore di milioni di persone. Il corpo senza vita del piccolo Alan Kurdi è il monito di un dolore indifferente e a volte fastidioso, ostentato. Troppo, secondo alcuni. Necessario secondo altri: perchè raccontare il dolore non è mai un’impresa semplice.

Elisa Carrara