“I Racconti dell’Orso”, favole dei tempi moderni

“I Racconti dell’Orso”, favole dei tempi moderni

La redazione di Artnoise Cinema dedica una riflessione polifonica a un film italiano indipendente che ha destato molto interesse nell’ultima edizione del Torino Film Festival: I Racconti dell’Orso.

Niccolò Chiumarulo. È un film piccolo quello di Amato e Sestieri. Piccolo nella durata, quasi al confine con il mediometraggio, piccolo come sono piccoli tutti gli esordi, e piccolo nel senso di intimo: solo due amici, due registi dietro la macchina da presa e allo stesso tempo gli unici due attori che si muovono davanti (senza contare le due comparse “umane” e tutti i vari tecnici che hanno contribuito successivamente), una situazione che costringe il film in una serie di inquadrature statiche. Due costumi molto semplici, sempre in contrasto con i paesaggi: un robot incappucciato dall’aspetto cyber-punk e una sagoma così rossa che pare quasi aggiunta in post-produzione. Nessuna sceneggiatura vera e propria, pochissimi dialoghi, nella maggior parte dei casi costituiti da un linguaggio pseudo-infantile fatto di suoni e borbottii.
Un film libero quindi, come lo sono sempre il gioco e il viaggio. Perché al viaggio dei due protagonisti corrisponde quasi perfettamente quello dei due attori/registi, che hanno esplorato la penisola scandinava facendosi suggestionare e ispirare da quei luoghi meravigliosi e dalla loro luce particolarissima. Un film in divenire, che, come un filmino delle vacanze, si costruisce e si inventa un poco alla volta, di scena in scena, imbattendosi anche per caso in immagini bellissime e inaspettate, come un campo pieno di spaventapasseri (dove tutti pregano per cose futili o meschine, al contrario dei due protagonisti che invece chiedono la guarigione di un orso di pezza per poter tornare a giocare) o una bambina addormentata in macchina (immagine registrata e dimenticata, che ricompare in fase di montaggio e spinge a ripensare tutto il film).
Così anche il gioco senza fine dei due protagonisti finisce inevitabilmente per coincidere con quello dei due registi. Sestieri e Amato sono continuamente costretti ad alternarsi dietro la macchina da presa, ma per la maggior parte del tempo si trovano entrambi davanti, e in quei momenti il film sembra farsi da solo, mentre loro corrono, canticchiano e danzano immersi in paesaggi meravigliosi senza coordinate e senza tempo. È un gioco/film esile, che finisce inevitabilmente per girare a vuoto (proprio come i personaggi girano su se stessi e ritornano sui propri passi) ma giocare significa soprattutto questo, ed è qualcosa che nel cinema non capita abbastanza spesso. L’augurio quindi è che Sestieri e Amato non si fermino qui e non smettano di giocare, così come l’omino rosso e il robot incappucciato continuano ad esistere e giocare dopo che il sogno si conclude.

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Alessandro Marinelli. I Racconti dell’Orso di Sestieri e Amato è il tentativo di filmare il dispiegarsi, libero e inarrestabile, di una delle infinite possibilità di riproduzione del mondo reale attraverso la trasfigurazione onirica. Con un tocco lieve e raffinato, gli autori ci donano l’opportunità di volgere un breve ma affascinante sguardo oltre il confine che divide la Realtà dal Sogno.
Sestieri e Amato ci ricordano come nella mente di un bambino questa separazione sia solo una soffusa e impalpabile cortina di nebbia, solo un sipario ondulato, un velo che lascia filtrare scampoli di immagini potenti e illuminanti.
Una bambina che viaggia sul sedile posteriore di un’auto, si addormenta a bocca aperta con la stessa espressione assorta e meravigliata di quando osservava il paesaggio fiabesco dei boschi di betulle scandinavi, dove è girato gran parte del film. Il passaggio è quasi impercettibile, il sipario si apre delicatamente sulle note di un canto celestiale di fate. La realtà, riversandosi con la prorompente forza di una cascata sugli occhi della bimba, sembra preda della gigantesca e irresistibile gravità di un buco nero. Tanto potente da scomporre la sua natura, da inghiottirla assieme alla luce del giorno e all’istante rilasciarla trasfigurata sulle frequenze di un universo parallelo.
La luce fredda e limpida del Nord, gli sfondi verdi delle foreste, l’ipnotico cullare di un viaggio in automobile, l’inavvertito irrompere buio del sonno, la muta potenza di un buco nero, l’eco melodioso di un canto… ed ecco il mondo gaio e fiabesco in cui si svolgono I Racconti dell’Orso che prende forma e vita.
Un luogo che pare in tutto e per tutto uguale al nostro mondo. Ci sono case, strade e città, boschi lussureggianti di fauna e vegetazione e splendenti corsi d’acqua su cui navigare. Mancano solo gli esseri umani. Gli unici abitanti dalle fattezze umane che popolano questo mondo sembrano essere un monaco dal volto robotico e un po’ sgangherato alla Wall-E e un omino completamente rivestito di uno sgargiante rosso primario, che abbaglia e sembra stagliare su differenti piani prospettici la sua silhouette e l’ambiente circostante. I due esseri si incontrano, si rincorrono, si scontrano, giocano e danzano sulle ali di fantasticherie interiori come fanno i bambini, e poi si imbattono in un orsetto di peluche, ferito, evidentemente in pericolo di vita. Bisogna prendersene cura e tentare di salvarlo. Ma come? Chi può salvarlo? Forse la natura stessa, o forse quel Dio che i grandi hanno messo dentro una Chiesa. O forse il Sole, con la sua sfera infuocata incastrata tra i rami del bosco fitto, oppure la Luna. O forse il riflesso della Luna in uno specchio d’acqua incantato.
Queste ed altre avventure sono narrate nei versi poetici de I Racconti dell’Orso; un film sapientemente consapevole nel dipingere un quadro della propria idea di arte visiva e altrettanto capace di restituire l’immaginario fondamentale dei due autori, la passione per il racconto, per la fantasia, per la rielaborazione onirica della realtà che pare essere il migliore degli omaggi possibili ad essa. Di sicuro un’opera impregnata di una fede autentica e intensa nella bellezza delle cose che amiamo. Un amore che richiede cura, attenzione, generosità e delicatezza. La stessa delicatezza che impiegheremmo per non svegliare una bimba addormentata sul sedile posteriore di una macchina, per non interrompere i racconti che l’orso le sta narrando in sogno. Occorre avere cura di qualcosa, scoprono i due bizzarri esseri oltre il velo oscuro del sonno. Occorre coltivare le misteriose capacità creative della nostra mente. Occorre preservare la meraviglia infantile che tiene spalancate le porte della comunicazione tra la realtà tangibile e il regno dei sogni e dell’immaginazione, tra l’onirico e il mondo che abitiamo. Un mondo che speriamo possa destare per sempre la stessa fertile meraviglia negli occhi di una bambina che sta per addormentarsi.

Elisabetta Orsi. C’era una volta un mondo incantato, nella natura che tutto crea e tutto distrugge bizzarri personaggi si incontrano, giocano, esplorano, sperano.
Si potrebbe riassumere così la trama de “I Racconti dell’Orso”, opera prima dei giovani registi Samuele Sestieri e Olmo Amato, presentata in concorso all’ultimo Torino Film Festival; una favola dei tempi moderni, a cominciare dal modo in cui quest’avventura è nata, divenuta realtà grazie al crowdfunding e a tanto impegno di chi ha creduto nelle infinite possibilità che la vita ha da offrire.
Partiti per un viaggio nelle suggestive terre nordiche tra Finlandia e Norvegia con l’intenzione di tenere un diario per immagini di quanto visto e vissuto, lentamente i due giovani autori sviluppano il soggetto ideato in partenza, lasciandosi trasportare dalla scoperta di quei luoghi incontaminati e dagli incontri con i loro abitanti.
Il risultato è qualcosa di particolare, difficilmente classificabile in un genere predefinito e anche per questo ancor più interessante, prodotto da chi sicuramente non ha paura di osare e dove nemmeno tanto velata è la presenza di certe contaminazioni con il cinema asiatico, soprattutto di animazione, nonché di rimandi a grandi autori europei.
Mi viene in mente Herzog, quando parlando del film su Kaspar Hauser diceva che la sua volontà era quella di mostrare le cose come se fosse la prima volta in cui si aprono gli occhi per vedere come è fatto il mondo; ecco lo stesso potrebbe dirsi in questo caso e non solo. Non è un mistero che il regista bavarese sia quasi ossessionato dalla ricerca di immagini che siano pure, trasparenti, in armonia con la natura e con il proprio intimo e mi pare che ne “I Racconti dell’Orso” si segua un po’ questa filosofia, con una fotografia splendida e molto curata che restituisce ai nostri occhi immagini in cui potremmo perderci all’infinito.
Durante un viaggio in auto col papà una bambina si addormenta e comincia a sognare aprendoci le porte della sua immaginazione, questo l’incipit del film. Come una piccola Alice attratta dal Bianconiglio, ella segue le traiettorie di due strambe figure, un omino vestito di rosso ed un monaco robotizzato, che giocano a rincorrersi fin quando non incontrano sulla loro strada un orso di peluche malridotto che cercheranno di rammendare e curare e che in seguito affideranno alle acque del lago.
Figure immaginarie, non umane, che al posto delle parole emettono rumori primordiali e incomprensibili, suggestioni dello sguardo fanciullesco, di occhi incorrotti come quelli dei bambini, in grado di vedere cose che altrimenti non vedremmo, pensare ancora con disincanto e meraviglia e agire con l’intenzione di provarci sempre fino in fondo.
Alla fine del viaggio la bambina si sveglia per tornare alla sua realtà mentre noi spettatori possiamo scegliere di perderci ancora un po’, chiederci se dall’altra sponda del lago il nostro amico orso riuscirà a trovare qualcun’altro che vorrà prendersi cura di lui, immaginare quali altri racconti potremmo scrivere sui nostri due bislacchi protagonisti, in quali altre piccole menti essi potrebbero abitare e provare a credere che creature così particolari ma dal cuore buono possano ancora esistere nel mondo reale.
L’orizzonte è infinito diceva Yuri Norstein, Samuele Sestieri e Amato Amato sembrano averlo ben compreso, lo stesso forse non può dirsi per tutti gli spettatori di questo loro film, soprattutto per coloro che si aspettano di vedere una storia che corrisponda ai codici narrativi del cinema tradizionale, perché questo è un cinema che vive più di sensazioni che di parole, deve solo essere scoperto e non spiegato.

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Rocco Silano. “Interminati spazi”, “sovrumani silenzi” e “profondissima quiete” scriveva Leopardi per restituire al lettore l’idea dell’infinito che lui immaginava oltre il colle e la siepe. Amato e Sestieri sono andati al di là del colle e della siepe ed hanno filmato l’infinito leopardiano che non è il paesaggio recanatese così come quello del loro film non è finlandese. E’ un infinito che appartiene ad una dimensione irreale, astratta, onirica ed in quella “immensità s’annega il pensier” dei due giovani autori che con una macchina digitale, due costumi di fantasia e un’idea narrativa hanno dato vita ad una commovente e suggestiva fiaba visiva.
Tutto molto bello ma, a mio avviso, con un limite di fondo. In epoca romantica descrivere in versi un paesaggio o dipingerlo non significava solo restituire la suggestione di quello spazio lasciando all’immagine verbale o visiva di porsi in un rapporto diretto e immediato con il fruitore. In epoca romantica la natura era l’alfabeto per fare discorsi sulla “natura” dell’uomo. In questo film, pur essendo presenti delle riflessioni, come ad esempio, quella del prendersi cura di qualcuno/qualcosa, tema fortemente presente anche nel “Bella e perduta” di Marcello (del quale anche si parla di fiaba) , l’immagine è davanti ai nostri occhi così come è. In altre parole è un fiabesco raccontato con bellissime immagini e con dei personaggi ritagliati perfettamente in quelle immagini ma non c’è una dimensione che attraversa quelle immagini rendendole dense. Tanto è vero che il film si preoccupa sin da subito di portare la fiaba sul piano dell’onirico. E’ una grande divergenza, ad esempio, con lo Zio Boonmee (al quale il film in qualche modo mi ha fatto pensare) in cui il fiabesco, il fantastico non sono relegati in una dimensione irreale. E’ un cinema di sensibilità ma non ancora un cinema di sguardo. Mi è piaciuto molto il finale che mi ha dato da pensare che quei due personaggi esistano in un mondo onirico indipendente ed aspettino di abitare il sogno di qualche bambino.