Rileggendo Paula Fox

Rileggendo Paula Fox

Esattamente un anno fa Paula Fox moriva. Se fossimo in un suo romanzo sarebbero queste le parole con cui avrebbe descritto la sua stessa dipartita. Nessuna sottile allusione, nessuna metafora: per la scrittrice newyorkese la vita era un’arma sufficientemente affilata, tanto da non aver bisogno di ulteriori crudeltà. Un talento rinnegato a lungo il suo, immerso in una vita fatta di decisioni terribili, di separazioni e distacchi. È per questo, forse, che nel suo universo, non c’è spazio per la speranza: il suo è un mondo fatto solo di realtà e di abbandoni, terribili e inaspettati. Qualcuno potrebbe restarne sorpreso, amareggiato, persino offeso. Ma la scrittura di Paula Fox non conosce altro se non la crudeltà del caos e la brutale precisione semantica. Se così non fosse non avrebbe intitolato questo libro nell’unico modo possibile: Storia di una serva , titolo originale A Servant’s Tale, (tradotto da Gioia Guerzoni e edito da Fazi, che ha da poco ristampato Quello che rimane, libro di cui si è innamorato l’autore de Le Correzioni, Jonathan Franzen).

"Storia di una serva" di Paula Fox. (Fazi editore) fonte immagine: www.fazieditore.it

Perché in fondo di questo si tratta: della storia di una domestica, Luisa, dall’infanzia nell’isola di San Pedro degli anni Trenta, alla vecchiaia nella New York borghese, contraddittoria e falsamente liberal. In mezzo la vita, fatta di dolori, scelte, più o meno consapevoli, scoperte e abbandoni. Il primo straziante abbandono fu quello per la sua amata terra, esotica, genuina fino a essere crudele: una brutalità attutita dal calore delle persone e da storie prese in prestito dal realismo magico di Marquez. Dalla parte opposta la New York degli immigrati e dei ghetti, l’America che accoglie per poi distogliere lo sguardo. Si parla una nuova lingua, fatta di suoni duri e aspri, a volte incomprensibile, al punto da diventare una linea d’ombra che separa i genitori dai figli: una madre costretta a fare le pulizie per guadagnare qualcosa, che si rintana nell’appartamento, per non dover usare quelle parole di una lingua nuova e ostile, che le hanno tolto ogni speranza di tornare a casa. Un padre che non trova lavoro, degli affittuari che non pagano, ma che popolano l’universo di Luisa, illuminandolo di futilità. Quella raccontata da Paula Fox è una vita di assenze, di mancanze, di cose e persone possedute per un attimo e poi scivolate via. La libertà non esiste: ci si ritrova nei posti e nella vita delle persone senza un perché. E una volta arrivati è impossibile uscirne. Esiste qualcuno che è stato veramente capace di arrivare negli Stati Uniti, far fortuna e tornare nel proprio Paese? È la domanda che riecheggia tra le pagine di questo romanzo, che ricorda Maupassant e le sue vite dilaniate in silenzio. Si è prigionieri senza saperlo, senza neppure essere in grado di urlare: a volte siamo noi stessi i carcerieri. “Si viene trascinati dalla vita e ci si incaglia qui o là. Un giorno ti trovi incagliato in un luogo in cui vuoi rimanere. Tutto lì. Destino, caso, fortuna”: le parole del padre di Luisa, che trasferisce tutta la sua famiglia in America, sono quasi profetiche. Non esistono eroi, né persone che hanno la forza di cambiare la propria vita. Se fossimo in una tragedia greca lo chiameremmo fato. E la giustizia punirebbe chi osa guardare oltre il proprio destino e oltrepassarne i confini. Luisa conosce la sua sorte e teme a tal punto la punizione da non provare neppure a cambiare vita: vuole essere una domestica, una presenza silenziosa che scivola nelle case altrui, senza il desiderio di sistemare la vita dei loro abitanti. Nessuna ambizione se non quella di mettere da parte del denaro per ritornare nel suo Paese, rivedere volti e luoghi famigliari. Un’assenza capace di infastidire, addirittura indignare l’America liberale, che sull’ambizione e sulla capacità di oltrepassare i confini ha costruito la sua stessa identità. Lo sdegno per la finta scelta di Luisa è così tangibile da mettere fine al suo matrimonio con Tom, intellettuale radical, dapprima attratto dalla genuina fragilità di questa donna, poi disgustato dalla sua passività.  Luisa rimane sola: la madre muore, il padre è assente, il marito l’abbandona. Le restano solo il suo lavoro e un figlio, in gamba e intelligente, che però la lascerà, anche lui, sola. La scrittura di Paula Fox è in grado di riempire lo straziante silenzio di un  personaggio femminile complesso: e se aveste ancora dei dubbi basterà leggere la meravigliosa introduzione firmata Melanie Rehak, capace di illuminare anche i lati più oscuri di questo romanzo.

Elisa Carrara

slide image credtis: Ulf Andersen Portraits, Paula Fox