Rudy Cremonini: Le Jardin Intérieur

Rudy Cremonini: Le Jardin Intérieur

Pubblichiamo in questa rubrica un comunicato stampa un po’ particolare. L’artista Rudy Cremonini ha chiesto a un amico, Enrico Pitzianti, artista a sua volta, un’opinione sincera sulle opere esposte. La risposta è diventata un invito allo spettatore a concedersi all’intimità che la mostra stessa vuole raccontare, una partecipazione attiva e, soprattutto, altrettanto sincera.
Un invito in giardino.

Lunedì 19 Ottobre, alle ore 18 presso l’Istituto italiano di cultura di Strasburgo, Rudy Cremonini  inaugura la sua prima mostra in Francia, Le jardin intérieur, a cura di Niccolò Bonechi.

23 Settembre 2015

Caro Rudy,

da amico quale io ritengo che tu sia per me, ero un po’ infastidito dal darti un’opinione flash come è normale succeda in una chat di facebook.
Allora ho pensato che per evitare banalità ti avrei scritto su un file di testo questa specie di lettera in cui ti spiegavo cosa avevo provato nel vedere i tuoi giardini. Ed eccola qui.
La prima impressione, direi quasi una questione strettamente visiva, plastica, è quella di una sorta di fantasia garroniana, un mare di elementi cromatici in cui immergersi, una sorta di giardino tattile, una cosa da immaginario fantastico. I giardini lontani dal quotidiano: quelli del Re, quelli in cui a un certo punto qualcuno arriva a cavallo o dove una coppia di amanti si avvelena insieme per l’ultima volta per sfuggire all’epoca e al tempo a cui appartiene.
Poi mi è venuto in mente il giardino del polpo. È una canzone dei Beatles che ha scritto Ringo Starr e racconta di un suo voler vivere immerso nel mare, protetto da cosa succede in superficie, nel giardino del polpo. Perché i polpi è vero che costruiscono i giardini.
Ringo Starr quando ha scritto Octopus’s garden era in Sardegna, poco più a nord rispetto a dove noi prendevamo il sole qualche settimana fa. Successe così: era in studio in Inghilterra a registrare The White Album, ma si sentiva escluso e logorato dalle liti, si sentiva inadatto e non all’altezza del resto del gruppo. Voleva stare da solo, ma un membro dei Beatles per stare da solo, soprattutto nel 1968, doveva davvero stare in mezzo al mare. E ci andò, chiamò Peter Sellers che in quel momento era a largo di Golfo Aranci, e passò un paio di settimane sulla sua barca, lontano da tutti, soprattutto dal suo contesto più quotidiano: quello di Liverpool, gli studi di registrazione e i tour. Un giorno Ringo chiede allo skipper-tuttofare di poter mangiare fish and chips. É un piatto che lo riporta indietro nel tempo a quando era squattrinato e senza troppi pensieri, ma lo skipper, che è sardo, interpreta l’ordine un po’ a modo suo e oltre alle patatine gli prepara un’insalata di polpo. Polpo al posto del merluzzo, e il polpo in Inghilterra non si mangia. Ringo è sorpreso, ma assaggia comunque il polpo e gli piace. Dice che “è gommoso, ma buono, sa quasi di pollo”. Poi visto che si trovavano a parlare e visto che in mare, soprattutto quando si cerca la solitudine, i famosi e i non famosi son quasi la stessa cosa, i due continuano a chiacchierare e lo skipper, in un inglese un po’ stentato, racconta a Ringo della vita del polpo. Il polpo vive sott’acqua, anche molto in profondità, ed è capace di costruirsi dei veri e propri giardini. Quasi come dei giardini zen. Il polpo sa spostare gli oggetti, spianare la sabbia, creare piccole sculture con le conchiglie. Ringo è affascinato e pensa che è proprio quella la vita che desidera quando è stufo dello studio, dei litigi, dello stress che porta il successo. Trova l’illuminazione e scrive Octopus’s garden dove dice di voler essere sott’acqua come il polpo, all’ombra del mare. I tuoi giardini sono quest’idea di giardino. Non soltanto un’idea romantica di giardino, quella garroniana e atemporale. I tuoi giardini sono anche i giardini della mente, delle case dove vorremmo andare a vivere, dove bere vino davanti al mare, dove sognare di essere in altri tempi, altre ere, in altri posti che non sono quelli che abbiamo già vissuto troppe volte. I tuoi giardini sono insieme la stabilità e la fuga, l’eleganza e l’eversione, l’estro che si fa nobiliare insieme all’utopia anarchica e sognatrice. E, cosa più importante, i tuoi giardini stanno sott’acqua. Ci stanno non per una questione di tonalità di verde o blue, che invece sono per me rimandi al sogno e a una specie di visita guidata in città incantate da viaggi onironautici, e nemmeno per le linee morbide che sembra che i sogni di chi riesce a vivere i tuoi dipinti debbano in qualche modo essere volubili, rimescolabili, destinati a un’evaporazione che porta ad altre figure e altri mondi. Proprio come quando tocchiamo l’acqua dopo esserci visti riflessi. I tuoi giardini stanno sott’acqua invece perché è quell’insieme di assenze che ne permettono un’interpretazione così libera, così possibile. L’assenza di figure umane permette di non vedere dei giardini legati a una data epoca storica, a un dato stile, a un’architettura che ci impedirebbe di viaggiare nel tempo e nello spazio dedicandoci solo alla nostra volontà interpretativa. L’assenza di architetture che li sovrastano ci permette di immaginarci infilati in chissà quale mondo, di chissà quale tempo, in chissà quale città o piccola realtà urbana. Le assenze di questi giardini li rendono perfetti per potercisi infilare se si spera di scappare con la mente, e aiutati dagli occhi, in quei mondi che ci salvano dalla nostra banalità quotidiana, dai litigi, dalle preoccupazioni insignificanti che a noi sembrano invece insormontabili questioni vitali. Se chi guarda è capace di sperare in altro, di ricercare una propria Utopia, di viaggiare con gli occhi e di non accontentarsi del presente, come dell’ovvio, quei giardini sono il migliore degli inviti al viaggio. Il migliore degli inviti al percorso interpretativo personale come anche stupendamente guidato da sontuose linee di verde. O cascate di rami. Se come Ringo Starr l’immaginazione serve a infilarsi nei giardini dei polpi, nei cunicoli e nelle forme blue del mare, a chissà quanti metri di profondità, in delle organizzazioni dello spazio quasi zen dove c’è tutto lo spazio per addobbare una nostra, propria, estetica degli eventi e della vita. Se l’iconosfera in cui ci immergiamo con la fantasia è quella dell’effrazione, dell’arte come piede di porco per ferire la realtà riuscendo a ricavarne uno spiraglio, un sogno che valga la pena almeno di immaginare in un orizzonte lontano. Se si riuscisse a viaggiare per i giardini più verdi, dei simbolici intermezzi tra la cultura e la natura, tra il selvatico e l’urbano, tra realtà e volontà di dominarla, allora sarebbe un viaggio tra i tuoi giardini e sarebbe un peccato essere miopi e non rincorrerlo.

Enri,

educazione #11, 40cmx 50cm oil on linen, 2015

Curata da Niccolò Bonechi
19/10/15 – 8/11/15
OPENING: lunedì 19 ottobre, 18;00
Con il contributo della Galerie Thomas Fuchs e Galleria Doris Ghetta

Istituto Italiano di Cultura di Strasburgo

7, rue Schweighaeuser
F 67000 STRASBOURG
Tél. + 33 (0)3 88 45 54 00
Fax + 33 (0)3 88 41 14 39
courriel : iicstrasburgo@esteri.it