Sacrificare la Vita per la Vita – “Antropofagia simbiotica” di Leonardo Petrucci

Sacrificare la Vita per la Vita – “Antropofagia simbiotica” di Leonardo Petrucci

L’espressione latina homo homini lupusl’uomo è un lupo per l’uomo – il cui precedente più antico si legge nel commediografo latino Plauto, riassume la concezione della condizione umana che si è tramandata e diffusa nei secoli.
Il concetto dell’uomo nello “stato di natura” è stato ripreso e discusso nel XVII secolo dal filosofo inglese Thomas Hobbes. Secondo lui la natura è fondamentalmente egoista e a determinare le azioni dell’uomo sono soltanto l’istinto di sopravvivenza e quello di sopraffazione. Nello stato di natura, quindi, dove non esiste alcuna legge, ciascun individuo, mosso dal suo intimo istinto, cerca di danneggiare gli altri ed eliminare chiunque gli sia di ostacolo. Alla luce di questa affermazione sembrerebbe che l’uomo sia stato creato per essere feroce e famelico come un lupo e che quindi, per natura, sia divoratore e cannibale. Egli si nutre dell’altro, non soltanto letteralmente, ma anche in senso lato: l’uomo è un carnefice per l’uomo, egli succhia e si ciba di ciò che l’altro può dargli, divorandogli non solo il corpo, ma anche l’anima.

Questo concetto di cannibalismo è stato per anni studiato da numerosi psicologi e letterati, i quali si sono domandati quale fosse la reale natura dell’uomo e quale fosse il suo istinto primordiale. L’uomo è quindi fondamentalmente buono o fondamentalmente cattivo? Per natura tende a fare del bene o del male? Se lasciato nello stato di natura, l’uomo diventa una minaccia per l’altro ed è incline a fare del male, allora, cos’è il Bene se non un artefatto o uno strumento per raggiungere il fine ultimo che è il Male?
Si potrebbe pensare quindi che il Bene non è che uno specchietto per le allodole usato dai cacciatori come attrattiva ingannevole, per portare la vittima nella sua trappola.

La mostra Antropofagia simbiotica di Leonardo Petrucci nella galleria Operativa Arte contemporanea di Roma, tratta proprio questo tema del cannibalismo che non avrà però per soggetto l’uomo, ma la mantide religiosa.

antropofagia simbiotica 2 courtesy wsimag.com

Essa è senza dubbio uno degli insetti più spettacolari della natura ed è nota per divorare il maschio durante o dopo l’accoppiamento. Gli uomini l’hanno sempre considerata con timore e rispetto. Con timore perché, secondo molte credenze popolari la mantide è ritenuta responsabile della mala sorte e simbolo del potere femminile negativo. La mantide “ha fame di potere”, una fame insaziabile e ad aiutarla nella soddisfazione di questa impellente necessità contribuiscono le zampe, disegnate in modo molto accurato e dettagliato dall’artista, che, con la loro peculiare conformazione, vengono definite raptatorie: essendo dotate di spine e terminando con un uncino, rendono più agevole la cattura e trattengono la preda. La voracità non è solo in relazione al cibo, ma è altresì riferita all’attività sessuale: essa divora il maschio durante o subito dopo l’accoppiamento sessuale. Questo atto di cannibalismo uxoricida è rivelatore di una volontaria crudeltà o è invece funzionale alle istanze legate alla “necessità” e alla “sopravvivenza” della specie ?

Il termine “sopravvivenza” sta ad indicare una continuità nel vivere, un durare nel tempo, un conservarsi nonostante eventi avversi. Sembrerebbe quindi che la sopravvivenza implichi una volontà di perdurare e che quindi comporti il sacrificio e la rinuncia di determinate cose, in vista del raggiungimento di un bene superiore che è la Vita. Il sacrificio, l’accettare volontariamente privazioni per conseguire un certo obiettivo è un tema che sta alla base di molte religioni e quindi un comportamento spesso adottato dall’essere umano. Nel caso specifico della mantide, il sacrificio del maschio sembra essere quindi necessario alla sopravvivenza della femmina e della specie in generale. La morte e la vita si fondono dunque in un unico momento e non vengono più visti come due momenti opposti e agli antipodi.

antropofagia simbiotica 1 courtesy wsimag.com

Leonardo Petrucci ci porta quindi ad interrogarci sul concetto di antropofagia, il quale, in alchimia è inteso come unione e fusione, e successivamente rinascita. La vita porta con sé la morte, e la morte non esisterebbe se non vi fosse la vita; questa idea di “unicum” è profondamente condivisa dall’induismo, il quale considera questi due eventi come facenti parte di un unico momento. Gli indù considerano il sacro fiume Gange come la Madre dell’India, portatrice di vita e benedizione. Per essi c’è la convinzione che effettuando il bagno nel fiume, in particolare in alcune occasioni, si possa ottenere il perdono dei peccati e un aiuto per raggiungere la salvezza. Ma il Gange non è solo simbolo di vita e purificazione ma è anche luogo di morte: i defunti vengono portati per la cremazione rituale ai piedi del Gange, le loro ceneri verranno immerse in esso e questo ne garantirà una buona rinascita. Vita e Morte vissuti dunque come un momento indiviso.

La mantide religiosa, soggetto/oggetto della mostra di Leonardo Petrucci, incarna quindi molte simbologie occulte del mondo degli opposti, e ci porta ad interrogarci sul significato della vita, la quale presuppone la morte come passaggio obbligato per il perdurare della vita stessa.

 

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