THE SHOOTIST (1976), GRAN TORINO (2008): IL CREPUSCOLO DEGLI EROI

THE SHOOTIST (1976), GRAN TORINO (2008): IL CREPUSCOLO DEGLI EROI

“Senza spargimento di sangue non c’è remissione” (Ebrei 9:22)

Nel 1976 Don Siegel dirige John Wayne in quella che sarà la sua ultima apparizione cinematografica. In “The Shootist” l’attore statunitense, ormai quasi settantenne, recita la parte del pistolero J.B. Books, tornato in città per regolare i conti con alcuni nemici di vecchia data, prima di arrendersi alla malattia che lo ha condannato a morte certa. È un uomo stanco e disilluso, appesantito nel fisico, fuori posto in un’epoca segnata da profondi cambiamenti.

Chissà se Clint Eastwood nel tratteggiare il personaggio da lui diretto ed interpretato in “Gran Torino” si è ispirato alla figura del pistolero J.B. Books in “The Shootist”. Nel confrontarli certo ci si accorge di alcuni elementi ricorrenti nell’uno e nell’altro film.

Quando Siegel gira “The Shootist” siamo al termine del sanguinoso conflitto in Vietnam, lo scandalo del Watergate è ancora nell’aria; Wayne, pupillo di Nixon, ha raggiunto il grado più basso della sua popolarità negli Stati Uniti e chiede al regista un’opportunità per riabilitare la sua figura. La parabola del pistolero J.B. Books è quindi lo specchio della carriera cinematografica di un attore che per anni ha ispirato il mito del genere western e dell’eroe di frontiera, ne ha attraversato i molteplici cambiamenti, incarnando prima la figura dell’eroe senza macchia, quasi trascendentale, e in seguito un personaggio più complesso, fallibile, fuori legge, quando la legge stessa si dimostra incapace di mantenere fede ai propri principi di correttezza e giustizia sociale.

Gli anni settanta sono gli anni in cui gli ideali romantici di un tempo tramontano, il mito del west si sporca del sangue di tutti coloro che sono stati sacrificati per alimentarlo, i registi prendono atto della necessità di ridefinire un genere che non rispecchia più la società del momento, soprattutto alla luce degli avvenimenti occorsi dall’altra parte del mondo e non riesce a giustificare oltre l’uso indiscriminato della violenza per garantire il mantenimento di un ordine sociale solo apparente.

“Noi apparteniamo ad un’epoca scomparsa” dice il pistolero nel film. Ambientato nel 1901, il film esprime sin da subito il contrasto tra i fasti del vecchio west (nel prologo vengono mostrati estratti di precedenti film interpretati da John Wayne per rappresentare alcuni momenti gloriosi nella sua vita da pistolero) ed il contesto cittadino nel quale cominciano a diffondersi nuovi mezzi di trasporto e di comunicazione e dove il nostro vecchio uomo si sente decisamente fuori posto.

È un cavaliere solitario, che non sopporta le ingiustizie e uccide solo coloro che meritano questa fine, e se anche accetta pacatamente la morte, la consapevolezza del suo destino riesce ad aprire una breccia nella sua robusta corazza e a far emergere un affetto paterno fino ad allora sconosciuto.

La sua volontà di redenzione e di espiazione per le azioni passate, che di fronte alla morte appaiono chiaramente nella propria crudeltà e violenza, lo convincono a prendersi cura del giovane Gillom, il figlio della vedova Rogers, che lo ospita in casa sua e con la quale ha instaurato un rapporto conflittuale ma anche di reciproco rispetto. Gillom vede in Books un eroe, una persona da imitare; il pistolero avrà modo di dimostrare al giovane che spesso la violenza non paga e dopo il duello finale, nel quale egli riesce a sconfiggere i tre avversari ma viene ucciso da un colpo a tradimento sparato dal barista del saloon, il ragazzo capirà che non sempre la pistola può aggiustare le cose. Gli occhi di Wayne/Books, che per tutta la durata del film hanno espresso la profonda malinconia di un uomo rassegnato al suo destino, possono infine chiudersi con serenità.

 

Se “The Shootist” affronta dunque in maniera diretta la questione della mortalità dell’eroe, quale figura animata da valori morali ormai scomparsi in una dimensione storica moderna, civilizzata,  governata dal progresso e di conseguenza dalle logiche del mercato e del capitale, “Gran Torino” ne riprende i toni, ponendo ancor di più l’attenzione sul percorso di redenzione affrontato dal suo protagonista Walt Kowalski. Dopo anni passati ad interpretare ruoli violenti, personaggi complessi, spettrali, sempre ai limiti della legalità, con gli ultimi film da lui diretti Eastwood sembra volerci rendere partecipi del suo personale processo di trasformazione personale ad artistico. In questa nuova fase i personaggi di Eastwood, sotto la la loro tipica corazza da duri, cominciano a mostrare apertamente le proprie debolezze, affrontano i propri demoni interiori, cercando conforto negli altri, persone che, pur nella loro diversità, si dimostrano migliori di coloro con i quali condividono legami di sangue.

La città che ha pagato il prezzo più alto dopo la crisi finanziaria cominciata negli Stati Uniti nel 2006, Detroit, fa da sfondo alle vicende del film. Walt Kowalski, veterano della guerra di Corea, orgoglioso del suo passato di operaio alla Ford, una delle case automobilistiche statunitensi più importanti, oggi appannata dalla pressante concorrenza dei marchi stranieri, deve affrontare la morte della moglie, forse l’unica in grado di capirlo, e imparare e relazionarsi con un vicinato composto quasi unicamente da hmong, una comunità asiatica scappata dal proprio paese d’origine proprio per aver aiutato gli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam.

I pregiudizi offuscano il suo pensiero, egli vive ancora come se fosse negli anni cinquanta, la sua Gran Torino, gelosamente custodita, è lì a testimoniarlo; così quando il giovane Thao tenta di rubarla, costretto da una gang che vuole recrutarlo contro la sua volontà, la sua prima reazione è quella di imbracciare il fucile per difendere quel poco di buono che rimane del suo passato.

Walt ha speso una vita nell’aggiustare automobili nella speranza di riparare se stesso, anche adesso che è in pensione continua a farlo per scacciare i suoi fantasmi interiori. Dovrebbe sentirsi un eroe per aver ricevuto una medaglia al valore durante la guerra, egli invece non riesce neanche a guardarla per non dover pensare al fatto di averla guadagnata sulla pelle di un ragazzo che non voleva morire. La sua missione diventa allora quella di salvare il ragazzo da un futuro segnato dalla violenza, salvare Thao è salvare la sua anima.

“Gli eroi sono una cosa che creiamo noi, una cosa di cui abbiamo bisogno” si dice nel suo precedente film “Flags of Our Fathers” (2006). Nel difendere Thao e la sorella Sue, Walt diventa l’eroe del quartiere ma nel suo intimo qualcosa è cambiato, alla rabbia che lo ha consumato tutta una vita si oppone adesso la consapevolezza che il sangue non può essere lavato con il sangue. La violenza chiama altra violenza, all’ultima gravissima provocazione della gang ci si aspetta che Walt risponda in maniera implacabile ma l’età e l’esperienza con una comunità che è diventata la sua “vera” famiglia, lo costringe a riflettere.

 

Nella solitudine della sua casa, silenziosamente prende la sua decisione, il volto, per metà in luce per metà nell’oscurità, è il riflesso della lotta interiore tra bene e male, il fuoco della vendetta che brucia nei suoi occhi si placa con la freddezza della ragione.

Come J.B. Books, Walt si prepara alla morte, entrambi sono pronti ad accoglierla serenamente, certi che alla conclusione bisogna arrivare da soli perché la morte di un uomo, come dice il pistolero, è una questione privata. Come Books, Walt scopre di provare un tipo di affetto fino ad allora sopito, il desiderio di lasciare qualcuno in grado di ricordarsi ancora di lui.

Ma mentre Books non intende rinunciare ai suoi vecchi metodi e men che meno accettare un qualsiasi tipo di coinvolgimento religioso, Walt riesce ad esaudire l’ultimo desiderio della moglie, confessandosi con il giovane padre Janovich, conquistando la propria redenzione nel suo gesto ultimo di autosacrificio, nella sua Passione sulla Via della Salvezza.

 Elisabetta Orsi