Simenon je t'aime

Simenon je t’aime

A Parigi gli innamorati si baciano sulle panchine, non alla Brasserie Dauphine. Là puoi trovare qualche impiegato, un paio di vagabondi e numerosi poliziotti, del vicino Quai des Orfevres. I piatti più immediati della cucina francese, il vitello al vino bianco, il coq au vin, i rognoni alle cipolle, la trota al burro e, nei mesi più freddi, un sostanzioso Cassoulet. Eppure, la Parigi di Brassens non è così lontana, là fra le vecchie strade inondate di fiori, dell’odore del burro di prima mattina, delle chiacchiere delle portinaie e dei baristi che ti assassinano inondandoti di pastis. L’odore asprigno del vino spillato dalle botti, un Vouvray al colmo d’un’acidità inospitale, è esattamente lo stesso, per quanto nessuno di noi sia mai capitato da quelle parti. Parlo della Parigi della guerra, quella di Jean Renoir, di Resnais, di René Clair, delle fotografie di Atget, di Cartier Bresson, non ancora americanizzata da Belmondo e da Godard… Parigi prima dei finti socialisti, della Francia razzista e grossolana del Fronte Nazionale. La Parigi del commissario Maigret, appunto. Città innebbiata, meravigliosa in primavera, più nera di New York nelle notti interminabili, città squillante fra i gridolini delle puttane e il berciare dei mercanti, la fatica discreta degli autentici poeti e le sigarette spente a terra nei locali. Città in cui avresti potuto cadere con grazia; città mitica, odorosa delle pisciate di Rimbaud, dell’oppio di Baudelaire, della canoa morfinomane di Maupassant. Città introvabile, oramai arresa al piglio odioso dei Bobo, dei turisti ottusi dal calzino bianco. Chi ama questa terra immaginifica, ospitale, nutrita di milioni di storie, di cuori, di epica, non può far altro che cercarla fra le pagine antiche -scrigno di speranza e di desolazione eterna. Coloro che amano questa fantasia rigogliosa, appunto, non possono che amare Simenon, anche alla distanza. La sua capacità disarmante di tradurre il respiro delle vite esplose nel nascere, delle stagioni, della spina dorsale diritta di uomini estinti. Perdonate, davvero, questo mio eccesso di retorica; ma alle volte i grandi scrittori ci solleticano un inesprimibile desiderio del passato, e di restaurazione. Leggere Simenon, e ascoltare al tempo stesso Brassens, ad esempio, può offrire un’oasi irresistibile a chi è divorato dall’atterrente deserto che siamo costretti a frequentare.

Al di là di tali considerazioni personali, rimane la grandezza di un scrittore, la riflessione su quella che potrebbe essere anche chiamata, al pari di una ricetta, senza presunzione alcuna, una letteratura quotidiana.

L’ottimo Anthony Bourdain, autore-attore culinario, ama domandare ai grandi chef incontrati durante i suoi numerosi viaggi quale sia il piatto che essi vorrebbero consumare prima di morire; nessuno di loro, neppure Ferran Adria, ha osato proporre un piatto complicato. Piuttosto qualcosa di “semplice”, per quanto possa esserlo qualsiasi cosa, che sia un piatto di crudo di pesce o la minestrina della nonna. Si tratta di un ritorno, di cui abbiamo estremamente bisogno, un ricordo primitivo, pulsante, di vitalità estrema; l’origine, in qualche modo, di un cammino cui si è votata la vita. Sarà difficile allo stesso modo, sentir rispondere da un qualche lettore, o peggio da uno scrittore, che egli sarebbe ben lieto di leggere l’Ulisse di Joyce in punto di morte, per quanto grande esso sia; preferirebbe piuttosto l’Odissea di Omero, pur che sia tradotta decentemente aggiungo io, se non in greco… Da parte mia, preferisco i piccoli fiori di campagna, morire imbracciando una margherita o un astragalo, anziché una pianta tropicale… Opterei per la zuppa di fagioli di mia madre, o le lumache di mare mangiate con la donna che amo a Cancale, e un libro di Dickens, o di Simenon, anche se probabilmente spirerei fra le braccia immense delle poesie di Rimbaud, o di Leopardi, se non nel discorso della montagna di Gesù. Questo perché esistono alcuni piatti, e alcuni scrittori, destinatari della capacità – o la possibilità – di planare con l’esattezza di uno stormo d’uccelli lungo la distensione momentanea delle anime irrisolte, per non lasciarle mai. Eppure, se si trattasse solamente di questo, dovremmo includere moltissimi altri poeti nel vademecum di una morte desiderabile. Ciò che cambia è il piacere, un poco borghese senz’altro, di leggere. Leggere Simenon in primavera: desiderare di vivere lo stesso primo, assediante primo sole. Avere fame. Sete. Necessità di un tepore. Non poter immaginare altro amore che quello fra Maigret e la sua signora, non desiderare altre ubriacature che quelle discrete del commissario, sin dal mattino. Comprendere come possano esistere indagini, e al tempo stesso stati d’animo, al Calvados, alla birra, al Beaujolais. Capire come non ci sia uomo che sia colpevole, che non può esserci giudizio, poiché la bordura già di per sé inesprimibile fra un uomo onesto e un criminale è distinguibile solamente dalla maschera colpevole e in fondo eroica -nel senso più profondo del termine- di chi l’ha oltrepassata.

In Simenon, inoltre, abbiamo un altro dettaglio: l’urgenza della scrittura. Il fenomenale, inestinguibile bisogno di mettere per iscritto le parole che è poi l’autentica malattia che distingue lo scrittore da strapazzo dall’autentico autore. Provate ad immaginare, che so, Margaret Mazzantini catturata da un’irrefrenabile bisogno di scrivere, perché altrimenti le funzioni vitali di cui osiamo immaginare sia munita -lo so, è complicato, ma immaginiamola ugualmente viva, per un momento- si altererebbero irrimediabilmente, lasciandola immersa nella stessa solitaria pozzanghera di merda che tende a generare, assieme a quella mezza tacca del marito. Facciamo lo stesso con Veronesi, Fabio Volo, Ammaniti, e chi più me ha più me metta. Di solito non ricordo i nomi di questi furfanti. Dio preservi l’uomo dalle cattive letture, dicevano i francesi. Esecrabile esercizio, senz’altro, ma chi veramente ha mai un senso, una bravura che possa finalmente ricollegarlo ad un’idea anche vaga di quel che sia il mestiere di scrivere, e soprattutto al proprio cuore?

Tali rivoltanti creature, partorite dal fosso d’un’umanità affranta, bisognosa di incanalare la propria assenza in maniera sufficientemente comprensibile fra le scrivanie del ministero o alla Snai di quartiere, poiché affiliate all’idea di lettura facile, da ombrellone, potrebbero essere anche assimilate al discorso di cui sopra. Lettura facile! Perché no? No, ci sono maniere diverse di vivere il divano di casa; persino di vivere l’ombrellone e comunicare qualcosa a quei figli cacanti accanto, che non fanno altro che tirare sabbia addosso; serve un’attitudine differente, una vera e propria mannaia.

Qualsiasi lettura deve essere, senza ombra di dubbio, un martellata. Persino che essa ti invogli  a startene a casa. Persino che ti faccia dimenticare di essere parte di coloro da cui ti piace immaginarti distante. Il giudizio che nega a se stesso Maigret è di una potenza inarrestabile. Si tratta della stessa libertà professata da Brassens, si tratta della stessa libertà di cui abbiamo il dovere di nutrirci. Sotto al giogo di lavori infami, di città intirizzite, di un fiumana odiosa tutt’ attorno. Quello che ci tocca, in questo secolo, è una carrellata indesiderata di comprensione, di movimento, di ironia. Di autentico respiro. Ci occorre il tempo di una boccata vera di tabacco. Che discenda, questa boccata, questa moltitudine, che gridino ancora le portinaie! Un città senza di esse, non è una città. Non è una città quella arresa all’assenza di un buon giallo. Addomesticata al giudizio. Al buon senso, al dovere. Persino un poliziotto come Maigret può trasmettere ancora un’identità. Persino colui che è chiamato a giudicare può sottrarsi al giudizio. Per ottenere questo, è necessario che la distanza fra quel che è giusto e sbagliato sia ben netta in ognuno, altrimenti il meccanismo si fotte, e si fottono gli odori, i luoghi, le strade. La vaghezza è complice di questa  approssimazione orrenda.

Tutto sommato è strano, pensare al commissario Maigret come ad un anelito di libertà. Eppure, guardando tutti questi libri che mi scaldano il cuore, di cui mi sono nutrito nelle notti solitarie, in cui persino un sorriso non era altro che una sbronza da smaltire, io l’ho accompagnato in ogni locale, in ogni bettola, in riva al fiume attendendo che qualche pescatore portasse un pesce fresco da cucinare. Ho intravisto i paesaggi, l’umidità oltre le colline. Ho rivisto la terra della mia casa. Le musiche che più ho amato, nei momenti passati assieme, la fisarmonica di Galliano, la voce strozzata e viva di Edith Piaf, il pianto dei marciapiedi d’autunno quando piove la folla inarrestabile destinata al lavoro. Ho percepito lo stesso intimo bisogno di vivere qualunque cosa che ci sia data di vivere; immergendomi nei personaggi più variegati, mi sono appostato, in attesa di una soluzione, nel bistrot di fronte alla casa del delitto. E nelle parole esatte di Simenon mi sono addormentato, come un appuntato alle prime armi. La Francia allora diventa semplicemente uno stato d’animo, una rivolta, un bisogno impronunciabile di bellezza. Di curiosità. Una rivendicazione costante e dolente, di umanità vitale. Di un crimine che possa sbrogliare anche per un momento soltanto la nostra piena, noiosa, inevitabile disgrazia.

Bisogna amare coloro che soffrono. E che soffrono di qualunque cosa!

Fabrizio Sabatini