Slideluck Prato – 2 edition: Serena Vittorini

Slideluck Prato – 2 edition: Serena Vittorini

Anche quest’anno Artnoise è stato partner della seconda edizione di Slideluck Prato, una open call a livello nazionale e internazionale di progetti fotografici montati all’interno di uno slideshow continuo, a formare un multimedia proiettabile. Slideluck Prato è organizzato dall’associazione Sedici, gruppo indipendente di fotografi e studiosi di arti visive con sede a Prato.

Serena Vittorini, con il suo lavoro “Foo dëkk?”, è uno dei 20 autori selezionati e premiati dai curatori di questa edizione Pietro Gaglianò e Giulia Ticozzi.

 vittorini
Qual’è il significato della frase Foo dëkk? che ha dato il nome al tuo progetto, e come nasce?

La traduzione letterale di “Foo dekk” è “dove abiti?” ed è una frase in lingua Wolof, tipicamente parlata in Mail, paese di nascita di Sarabba e Sidibe, i due ragazzi ritratti nelle immagini. Ho scelto questo titolo per due motivi: prima di tutto per riportare l’attenzione sul concetto di “appartenenza”, a mio parere non legato a confini geografici, ma al rapporto dell’uomo con l’ambiente globale. Seconda ragione, per sottolineare la loro condizione abitativa in una città che non è la loro casa.

Ho iniziato a lavorare su questo progetto grazie all’iniziativa di un’associazione italiana di nome “PiùCulture”, testata giornalistica registrata, online dal 2010, che racconta le storie di stranieri che vivono, studiano e lavorano nella città di Roma.  Il giornale è nato dalla necessità di fornire un quadro diverso da quello che di solito ha la stampa sulla base di stereotipi fondati sulla paura degli estranei: una minaccia per la sicurezza, un alieno non degno di conoscenza.

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I centri SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) fanno parte del sistema di seconda accoglienza per i migranti in Italia. Come sei arrivata qui e come sei stata accolta?

Il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati è una rete di “centri di seconda accoglienza” destinati a richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale.

Il centro ospita diversi ragazzi, ma è difficile stimare il numero esatto perché molti di loro a seguito di una prima accoglienza vengono aiutati a trovare lavoro e ricostruire le loro vite. La struttura è confortevole, dispone di diverse sale tra cui la mensa, sala di preghiera e una sala TV e l’ala dei dormitori e servizi igienici. All’interno del centro gli operatori svolgono diverse attività di mediazione, nonché corsi di italiano e cercano il più possibile per rendere piacevole il soggiorno dei ragazzi anche cercando di organizzare attività divertenti.

Tutto è iniziato grazie al mio compagno di stanza, Gill (ragazzo africano e mediatore culturale presso questo centro), che mi ha introdotto in questa realtà e mi ha fatto conoscere i ragazzi della struttura. Qui ho incontrato Sarabba e Sidibe. Ho scelto di raccontare le loro storie individualmente, ma ho voluto anche far trasparire il loro legame, poiché credo che all’interno di queste realtà il rapporto umano è la chiave per affrontare la quotidianità. Grazie alle amicizie che si creano in questi luoghi i ragazzi riescono a ricreare il loro tessuto sociale e a darsi forza nei momenti di difficoltà.

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Nell tue fotografie ho trovato unarmonia bella con i soggetti ritratti a cui non siamo abituati quando si parla di migranti. Cè una storia in particolare che ci vuoi raccontare della tua esperienza nel centro?

Sarabba aveva 20 anni quando ho scattato le immagini, Sidibe 28. La cosa che mi ha colpito di più di Sarabba è stata la sua tenacia nel perseguire la sua passione per il calcio; al ritorno dal corso, si ricavava sempre del tempo libero da dedicare all’allenamento, la sua valvola di sfogo. Ma non solo, il pallone rappresentava per lui la semplicità nel vivere la situazione con una naturale e genuina speranza, cosa che mi ha colpito molto data la sua giovane età e la situazione difficile in cui si trovava.

Sidibe ama la natura, e oltre ad esprimere questo sentimento attraverso il suo lavoro, cercava di ritagliarsi del tempo libero da dedicare al proprio giardino che aveva creato in un campo vicino al centro. Mi confessò che lui era in pace in mezzo alla natura, che gli mancava la natura selvaggia e la vita della città non era fatta per lui, così ho cercato di ritrarlo nei momenti in cui gli elementi del contesto potevano essere esplicativi di questa sua attitudine (acqua, erba).

Il mio intento era quello di creare un reportage che fosse meno descrittivo e più simbolico della condizione umana dei ragazzi, mettere in evidenza le loro aspirazioni e non il loro status sociale, sottolineando che le loro esigenze sono spesso simili alle nostre. All’inizio non è stato facile relazionarmi con loro perché erano molto diffidenti, Sarabba per esempio era spesso nervoso per le liti con la sua ragazza e a disagio come qualsiasi adolescente. Con Sidibe invece si è creata sin da subito un’empatia che mi ha permesso di fotografarlo in momenti intimi, come la doccia. La sfida più grande che ho dovuto affrontare mentre lavoravo su questa serie sicuramente è stata guadagnare la loro fiducia, renderli consapevoli che non ero una minaccia, ma ero davvero interessata a raccontare la loro storia senza privarli della dignità che troppo spesso vedono minacciata. Mi piace pensare di aver stretto nuove amicizie, che nel reportage è fondamentale per me. C’è bisogno di essere davvero vicini a qualcuno per essere in grado di capirlo e raccontare la sua storia. La seconda cosa che ho imparato è che non bisogna dare nulla per scontato, vivere la realtà piuttosto che affidarsi alla cattiva informazione, andare effettivamente sul posto e vedere con i nostri occhi ciò che accade, invece di essere influenzati da pregiudizi inutili. Perché vicino a ciascuno di noi c’è una storia che merita di essere ascoltata e una persona che ha una grande voglia di dare.

 vittorini

Stai lavorando ad un nuovo progetto?

In questo periodo sto lavorando a tre diversi progetti. A breve andrò in Belgio per realizzare un reportage commissionato. Tra il primo aprile ed il 31 maggio invece sarò in Polonia dove
produrrò un progetto basato sulla realtà esistenti ai confini delle grandi città. La mia idea è testimoniare come la scelta di vivere fuori della metropoli è dovuta alle problematiche socio-economico e come – al contrario – è dovuta alla necessità di riconciliarsi con la natura e con uno stile di vita meno caotico. Penso che sia importante fare questo tipo di ricerca poiché alcune storie ai confini della città conservano una sorta di folklore ma sono anche un simbolo di una società in trasformazione in cui l’integrazione diventa una parola chiave per tutti noi. Nella costruzione di questo lavoro sto valutando di utilizzare un linguaggio che sia metafotografico, probabilmente ci sarà un vero e proprio intervento sulla realtà circostante.
Nel frattempo proseguo con il progetto a lungo termine che porto avanti già da un po’ sulla mia relazione con la mia città natale, L’Aquila, una selezione del quale è già stata presentata a Bibbiena in occasione di Fotoconfronti e presto approderà in una galleria a Milano.

Altre novità in vista non le svelo per ora.

 

http://serenavittorini.com

Intervista a cura di Margherita Nuti