Smascheramenti. Tra Halloween di Rob Zombie (2007) e Leatherface (2017) di Bustillo e Maury

Smascheramenti. Tra Halloween di Rob Zombie (2007) e Leatherface (2017) di Bustillo e Maury

Raccontare le origini del mito è sempre un’operazione affascinante, basti pensare al ruolo fondamentale che assume nell’epica contemporanea, il fumetto e di conseguenza il cinefumetto, dove il racconto delle origini è elemento imprescindibile su cui capitalizzare all’infinito. Quante volte infatti abbiamo assistito, sulle pagine del fumetto o sul grande schermo, alle origini di eroi come Batman, Superman e Spiderman? Operazioni giustificate di volta in volta dal continuo ricambio di disegnatori/scrittori che si alternano sulla carta stampata, pronti ad offrire la loro versione del personaggio. O, nel caso del cinema, dal cambio di regista, dal passaggio dei diritti da una casa di produzione all’altra (è il caso dello Spiderman cinematografico, resettato per ben tre volte nell’arco di pochi anni per ragioni esclusivamente produttive) e, più in generale, dal ricambio generazionale del pubblico.
Operazione affascinante si diceva, ma anche rischiosa, soprattutto se applicata ad un genere peculiare come l’horror, che vive tutto di misteri, oscurità reali e metaforiche, del terrificante ignoto che può nascondersi dietro qualunque cosa, persino una maschera. Cosa c’è infatti di più spaventoso e seducente di “cattivi” come Leatherface e Michael Myers ? Due maschere che non sono lì per coprire cicatrici vere o psicologiche da razionalizzare a tutti i costi con una “origin story”, ma che anzi servono proprio a svuotare i personaggi di qualsiasi senso, a privarli di una storia e di un’identità, a creare insomma quel vuoto irresistibile.

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Di Michael Myers sappiamo addirittura nome e cognome, sappiamo cosa ha fatto ma non sapremo mai perché, è l’orrore senza senso che irrompe nelle case tutte uguali di una cittadina uguale a tutte le altre nella provincia americana. La sua maschera è un volto bianco senza connotati (in realtà sappiamo che è stata ricavata da una maschera del William Shatner di Star Trek, quindi  in un certo senso anche lui, come Leatherface, indossa il volto di un altro).
Qualche anno fa Rob Zombie ha tentato l’impensabile, dare una storia a Michael Myers in una sorta di remake/prequel del classico di Carpenter. Buona parte del pubblico lo ha interpretato come un tentativo di spiegare le azioni del personaggio come risultato della classica infanzia difficile. Per chi scrive, nel film avviene l’esatto opposto, il giovane Michael è si vittima di bullismo e abusi familiari, ma Zombie non ce li mostra mai come se fossero la causa scatenante. Qui, esattamente come nel film di Carpenter, Michael è l’incarnazione del male, e il fatto che sia a sua volta circondato dal male è del tutto accidentale, quello che farà dopo è inevitabile e chi gli sta intorno (la madre e il Dottor Loomis) non è colpevole di aver ignorato i traumi del ragazzo, ma semplicemente di non aver visto il mostro che è sempre stato lì, il proverbiale elefante nella stanza. Ma il punto rimane, chi ha visto nel film la volontà di dare qualcosa in più al personaggio ha invece avvertito che gli veniva sottratto qualcosa di più importante.

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Dall’altro lato abbiamo Letherface, solamente una maschera, per di più ottenuta dal volto di chissà quale vittima. Nessun nome (o almeno non da subito), nessun attributo, nessuna identità, soltanto una vaga idea del suo ruolo nella famiglia Sawyer. Anche lui come Michael Myers è il volto di un orrore senza senso, diverso eppure uguale. Lì il male che sconvolge la rassicurante facciata della provincia americana, qui il profondo sud, il rimosso, la mostruosa incarnazione di quell’America dentro l’America che non ha mai smesso di esistere(da cui la spaventosa attualità del film di Hooper).
Con il prequel Leatherface, Alexandre Bustillo e Julien Maury sembrano voler tentare un approccio simile a quello di Zombie con Halloween. Dopo la scioccante sequenza iniziale (notevole il capovolgimento in poche inquadrature da festa di compleanno in famiglia a violentissimo battesimo di sangue) sembra già tutto chiaro, il male non è sempre stato lì ma è il prodotto di un’infanzia traumatica e di una famiglia ben oltre i limiti del disfunzionale (il nucleo familiare e la sua violazione, reale o metaforica, sono il filo conduttore nel cinema del duo francese fin da À l’intérieur (2007)). E invece il film cambia improvvisamente direzione, di colpo siamo catapultati in un manicomio dieci anni nel futuro, ai giovani pazienti sottratti alle proprie famiglie è stato cambiato il nome, non sappiamo più quale di loro sia il giovane Leatherface. Di nuovo un cambio improvviso, i protagonisti evasi sono sulla strada in fuga dalla legge. Il climax, la rivelazione, che tuttavia diventa sempre più prevedibile, viene continuamente differita da un violentissimo gioco di generi cinematografici, dall’horror puro al film di evasione al western contemporaneo (le peripezie degli evasi, tra rapine e fughe in auto, ricordano alla lontana quelli della famiglia Butterfly in The Devil’s Reject (2005), tornando a Rob Zombie, che, tanto per chiudere il cerchio, nel 2003 esordiva con un film profondamente debitore di Hooper come House of 10000 Corpses). E in tutto questo, proprio come nell’Halloween di Zombie, il male e la corruzione circondano i protagonisti fin dall’inizio, persino lo sceriffo che dà la caccia ai protagonisti è talmente accecato dall’odio da macchiarsi di crimini non meno gravi di quelli della famiglia Sawyer (altro punto di contatto con The Devil’s Reject).

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E insomma in questo purgatorio senza speranza, la scheggia impazzita, l’anomalia, sembra essere proprio Leatherface, che con una certa ostinazione rimane nascosto per tutto il tempo, rimanda l’inevitabile metamorfosi, non tanto perché dentro di lui c’è qualcosa di buono, ma perché è accanto a Lizzy, l’altro sesso, e, come recitava (reciterà?) Drayton in The Texas Chainsaw Massacre 2 (1986) a un Leatherface già adulto ma ancora suscettibile: “You got one choice boy: sex or the saw. Sex is… well, nobody knows, but the saw… the saw is family!”. Tolto di mezzo il sesso quindi, l’inevitabile può finalmente compiersi.
Bustillo e Maury dal canto loro fanno il possibile per rispettare lo spirito del film di Hooper (qui produttore esecutivo, poco prima della scomparsa), almeno nelle intenzioni: lavorano con un budget limitato e pochi mezzi, girano tutto in Bulgaria affiancando attori locali ad altri più celebri e terminano le riprese in pochi giorni. Tuttavia, forse consapevoli di non poter replicare quello shock ineguagliabile che era stato The Texas Chainsaw Massacre, o forse sprovvisti della macabra ironia di Tobe Hooper, puntano tutto sull’orrido e la violenza fin dai primi istanti, in un gioco esasperato ed esasperante sotto cui il film finisce inevitabilmente schiacciato.

Niccolò Chiumarulo