In the soul of the image. Conversazione con Marc Hurtado

In the soul of the image. Conversazione con Marc Hurtado

 

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Italian Version

Nell’introduzione a “”The Infinite Mercy Film”, Nicole Brenez scrive:

“Un video-film dedicato all’opera visuale di Alan Vega. Un ritratto esuberante di Alan Vega (della band newyorkése Suicide), pittore, illustratore e scultore della luce, realizzato da un cineasta che è esso stesso un poeta, un pittore e un musicista.”

In occasione della presentazione del suo film “Blanche”al Fronteira Festival e dell’imminente uscita del dvd-box “ALAN VEGA. Martin Rev. Suicide.Five films by Marc Hurtado”, abbiamo avuto una conversazione con Marc Hurtado (in collaborazione con il sito di ricerca La Camera Ardente) attraverso il suo cinema e la sua poetica:

Salve Marc. Mi piacerebbe iniziare da Blanche, un film dove l’acqua sembra avere una duplice dimensione generativa e distruttiva. Per quanto ti riguarda, il cinema è forse l’espressione, la registrazione di un caos che insieme precede ed istituisce la realtà (come direbbe Brackage: “infinite possibilità, preferendo il caos?”)

Per me tutti gli elementi sono sullo stesso livello, sciolti e ardenti nell’anima dell’immagine, nell’anima della realtà, nella mia anima, nel mio corpo. Io filmo la realtà come fosse la rappresentazione di un film, poiché non v’è differenza tra cinema e realtà. Io non filmo il caos, io filmo un miracolo, l’infinito miracolo della vita.

Io filmo l’amore, o meglio i milioni di atomi dell’amore che costituiscono l’universo. Io registro la perfetta organizzazione anticaotica della natura: la realtà e la bellezza non conoscono inizio poiché il tempo non esiste. Io filmo lo spazio dietro lo spazio, gli arcani degli arcani della vita, la trasparenza, il vuoto. Questo è, e nulla più.

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In questa comunione di elementi (manifestazione dell’anima mundi?), quali sono le fessure nella percezione che il cinema può aprire?

Ritengo che il cinema custodisca un mistero congiunto al movimento magico delle immagini. 24 fotogrammi al secondo significa che vi è un tremolio impercettibile che taglia il movimento in una serie di immagini fisse alternate con il nero. Questa parte praticamente non visibile viene montata nella mente umana alla maniera di un matrimonio alchemico tra sogno e realtà: è proprio questa forza magica delle immagini a costituire per me il potere fondamentale del cinema.

Il cinema libera una forza centrale molto importante che è quella dell’impressione. Si parla spesso di espressione e personalmente sono un grande ammiratore del cinema espressionista ma nel mio lavoro –nel mio sistema poetico di creazione- tento di dissolvere totalmente me stesso nel corpo del film. Non esprimo me stesso direttamente nei miei film ma ho impresso in me stesso l’intera potenza dello spazio che passa attraverso le lenti. Cerco di non pensare più quando realizzo un film; come dice Rimbaud: “Qualcun’altro pensa per me” o anche “Io sono un altro”, vale a dire che la natura e il cielo hanno il potere di incantare il mio corpo per portarlo in un’altra dimensione filmica dove sono più spettatore che regista. Questo essere dispossessati del proprio lavoro è una delle possibilità più grandi liberate dal cinema, una questione di assoluta libertà ritrovata nell’abbandono della propria coscienza personale che si reincarna nel corpo stessa della pellicola attraverso le impressioni della luce, attraverso il corpo e lenti della camera, che talvolta è proprio chiamata occhio come se fosse già stabilito che la camera possiede una sua vita propria e un suo corpo.

Le fessure della percezione sono onnipresenti nel cinema. Certamente il cinema è solo illusione, ipnosi, ammaliazione, magia: niente è vero e tutto è ricreato e filtrato attraverso le lenti che trasformano una realtà oggettiva in una soggettiva (ma questa realtà soggettiva è per me solo un sogno). Non penso vi sia differenza tra sogno e realtà e il campo in cui questa concezione è la più rappresentativa è il cinema.

 Il cinema trascende la realtà e ci permette di passare attraverso il telo dello schermo e attraverso le fessure della percezione della realtà, in un mondo immaginario che è nient’altro che il riflesso della nostra anima, della nostra carne bruciata in uno spazio dal fuoco della rivelazione dell’immagine. Nel cinema il mondo viene riflesso nello specchio della nostra consapevolezza e viceversa. Non è uno scambio: vi è solo una direzione, quella dell’immagine proiettata nello schermo della nostra coscienza, come una freccia che perfora il nostro corpo toccando l’anima.

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Nella tua opera, la musica e le immagini condividono la medesima ombra e rivelazione. Come sono legate tra di loro?

Io compongo la musica prima del film, e utilizzo la musica che ho già realizzato. Non ascolto mai la musica che metterò nei miei film: la metto solo perché sento che bisogna farlo. Faccio film senza avere intenzione di distribuirli: li faccio per essere io stesso lo spettatore della mia opera. Inserisco tracce musicali nei miei film come fossi una persona cieca e sorda. È un atto magico, che deve scorrere in maniera automatica, come in un matrimonio alchemico tra suono e immagine: è qualcosa di perfetto perché è un movimento naturale fatto senza alcun pensiero dietro.

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 Hai detto: “Il cinema trascende la realtà”. In uno dei suoi scritti, il filosofo russo Pavel Florensky descrive il simbolo in questo modo: “Una realtà che è più di se stessa”. Quanto importante è il potere dei simboli nel tuo cinema?

Non so davvero cosa sia un simbolo e non ne uso nessuno nei miei film. Non mi piace questo impiego, lo trovo naive e riduttivo. Il simbolo è una riduzione della realtà che deve evocare qualcosa senza rappresentarla completamente. Al contrario, io filmo la realtà del microcosmo sulla Terra per rappresentare il macrocosmo, il cosmo stesso, l’eternità, l’infinito, lo spazio, il fuori dal tempo e dalla realtà.

Non vi è alcun simbolo nel mio cinema, solo una realtà filmata che –passata attraverso l’occhio della camera- è arrostita, ricostruita e polverizzata in nuovo spazio in cui la materia cellulare, la carne, la natura, l’uomo, il cielo, il mare, le stelle sono solo gli atomi dell’amore e null’altro.

È il processo magico di trasformazione della materia nello spirito e viceversa poiché non v’è alcuna differenza tra materia e mente come non v’è differenza tra realtà e rappresentazione o sogno e realtà. Ogni cosa è un abbandono di se stessi: nella distruzione del proprio pensiero uno consente di essere penetrato, aggrovigliato, infiammato dalla forza magnifica dell’invisibile, dell’indicibile, di quanto è unico, unito, l’uno che è nell’uno che semplicemente è.

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Ritieni che il cinema posso afferrare la superficie archetipica della realtà, e magari il suo cangiante gioco di metamorfosi? (sto pensando all’opera di Sergei Parajanov, che hai menzionato in una precedente intervista…)

Sì, penso che il cinema permetta di filmare l’invisibile, di rendere visibile ciò che ci circonda, ciò che ci possiede, che ci permette di vivere: è un poco come essere capaci di filmare i propri sogni. Il sogno è una fuga, uno spazio di liberazione, di distruzione, di angoscia, di gioia, di ansia, di riflessione e di visione, rivelazione dunque del nostro futuro, presente e passato: il tempo non esiste. Il sogno è la quotidiana dimostrazione che non v’è alcuna realtà, il sogno è la realtà e la realtà è il sogno: viviamo tutti nello stesso sogno, nel sogno dell’altro.

Noi possiamo toccare questa sensazione di eternità e questa lacerazione dello spazio in tutti i luoghi. Il pugile che cade sotto l’impatto di un KO conosce questa stessa lacerazione di spazio e tempo. Il portiere o il bambino che intercetta la palla senza neppure averla vista tocca questa dimensione: ogni movimento dell’uomo, ogni secondo della vita sulla terra è un miracolo e dobbiamo riconoscerlo.  Questo è quanto cerco di filmare.

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Interview with Marc Hurtado (English Version)

 

In the introduction of “The Infinite Mercy Film”, Nicole Brenez writes:

“Video Film devoted to Alan Vega’s visual artwork. A flamboyant portrait of Alan Vega (from the New York band Suicide), painter, illustrator and light sculptor, by a filmmaker who is also a poet, painter and musician”.

On the occasion of the presentation of his film “Blanche” at the Fronteira Festival and of the imminent release of the dvd-box “Alan Vega.Martin Rev. Suicide-Five films by Marc Hurtado”, we had a conversation with Marc Hurtado about his cinema and poetics (in collaboration with the online catalogue La Camera Ardente):

 

Hello Marc.  I would like to begin with Blanche, a film where the water seems to have a generative and disruptive dimension. In your opinion, is cinema the expression, the recording of a chaos that both precedes and institutes the reality (as Brackage says: “infinite possibilities, preferring chaos”)?

For me all the elements are at the same levels, melted and burning in the soul of the image, in the soul of the reality, in my soul, in my body.  I film the reality as a representation of a dream, there is no difference between dream and reality. I don’t film a chaos, I film a miracle, the infinite miracle of life. I film love, or more precisely the millions of atoms of love that constitute the universe. I film the perfect organisation and anti-chaos of nature, there is no beginning to the reality or to the beauty of nature because time doesn’t exist. I film space behind space, I film the arcanes of the arcanes of life, I film the transparency, I film the void. IT IS, and nothing more.

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 In this communion of elements, in this manifestation of the anima mundi, what are the possibilities that cinema can release? What are the cracks in the perception that a movie can open?

I think that cinema has a mystery connected with the magic movement of the images. “24 frames per second” means that there is an unperceptible flicker that cuts the motion into a series of still images alternated with black. This unseen part is built into the human brain in the manner of an alchemical wedding between dream and reality: it is this magic force which for me is the most essential power of cinema. The cinema releases an important central force which is that of the impression.

One speaks often of expression and I am a big admirer of the expressionist cinema but in my work, in my poetic system of creation, I try to dissolve myself totally in the body of the film. I do not express myself in my films but I made an impression in me of the whole force of the space that passes through the lens. I try not to think anymore when I make a film, as Rimbaud says “Someone think for me” or “I’m another”, that is to say that nature and the sky have the power of enchantment on my body to carry me in a film in which I am more spectator than director.

This dispossession of one’s own work is the greatest possibility liberated by the cinema. It is a question here of an absolute freedom in the abandonment of one’s own consciousness which is reincarnated in the very body of the film through the impression of the light, through the body and lens of the camera, which is called eye sometimes as if it was already established that the camera has his own life and body. The fissures of perception are omnipresent in cinema. Indeed, cinema is only illusion, hypnosis, charm, magic: nothing is true in the cinema and everything is recreated or passed by the lens that transforms an objective reality into a subjetive reality (but this subjective reality is to me only a dream). I do not think there is a difference between dream and reality and the field in which this conception is the most representative is the cinema. Cinema transcends reality and makes us pass through the canvas of the screen, through the fissures of the perception of the reality, in an imaginary world which is nothing but the reflection of our soul, our flesh burned in space by the fire of the revelation of the image. In cinema, the world is reflected in the mirror of our consciousness. It’s not an exchange: it has only one way, that of the image projected on the screen of our conscience, like an arrow piercing our body for touching our soul.

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In your work, music and images share the same shadow and revelation. How are they interwoven?

I make the music before the film, I use music that was yet made. I never listen to the music that I will put on my film, I only put it because I feel it. I make movies without having an intention to release it, I make a movie for being the spectator of it. I always put tracks of music in my films like a blind and deaf person. It’s a magical act, it had to run automatically, this is an alchemical wedding of sound and image, it’s always perfect because it’s a natural movement without any thinking.

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You said: “Cinema transcends reality”. In one of his writings, the Russian philosopher Pavel Florensky describes the symbol in this way: “A reality that is more than itself”. How important is the power of symbols in your cinema? 

I do not know what a symbol really is and I do not use any of them in my films. I do not like that, I find it naive and reductive. A symbol is a reduction of a reality that must evoke a thing without representing it entirely.
On the contrary, I film the reality of microcosm on Earth to represent the macrocosm, the cosmos, the eternity, the infinite, the space, the out of time and out of reality.
There is absolutely no symbol in my cinema, just a filmed reality that passed by the eye of the camera is broiled, rebuilt and pulverized in a new space in which the cellular matter, the flesh, the nature, the man, the sky, the sea, the stars are only atoms of love and nothing else.

It is the magical process of the transformation of matter into spirit and vice versa because there is no difference between matter and mind as there is no difference between reality and representation or dream and reality.
Everything is in abandonment of oneself, in the destruction of one’s own thought to allow oneself to be penetrated, entwined, enflamed by the magnificent force of the invisible, the unspeakable, the unique, the united, the one  who is in the one  who is .

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Do you believe that cinema can capture the archetypal surface of reality, and perhaps its iridescent game of metamorphoses? (I’m thinking about Sergei Parajanov’s work – that you mentioned in a previous interview – …)

Yes, I think that the cinema allows to film the invisible, to make visible what surrounds us, possesses us, allows us to live: it is a little like being able to film his own dreams.

The dream is an escape, a space of liberation, destruction, anguish, joy, anxiety, reflection, vision, revelation  of our future, present and past: time don’t exist.
The dream is the daily demonstration that there is no reality, the dream is  the reality and the reality is the dream: we are all living in the same dream, in the dream of the other. Time does not exist as much as it does not have any difference between the matter and the mind
all this is unveiled by the cinema but also by poetry, paintings and many other forms of art.

We can touch this feeling of eternity and tear of space in all areas. The boxer who falls under the impact of a KO  knows this same tear of time and space; the goalkeeper or the child who catches a ball without even having seen it touches this dimension: each movement of the man, each second of life on earth is a miracle and we have to know it so it’s what I try to film .

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Intervista a cura di / Interview by Giorgiomaria Cornelio