“Storia della bruttezza” di Umberto Eco. Autonomia estetica (e apologia) del brutto

“Storia della bruttezza” di Umberto Eco. Autonomia estetica (e apologia) del brutto

L’incontro tra arte e filosofia può dare luogo a esiti e analisi molto affascinanti e, nei casi migliori, anche di alta qualità. È quello che succede quando un filosofo come Umberto Eco ripercorre la storia del brutto in arte, con un approccio divulgativo nel senso migliore del termine, in perfetto equilibrio tra istanze teoriche e figurative.

Troppo spesso siamo abituati a ragionare attraverso un rigido sistema di antinomie, stando al quale anche la nozione di brutto assume una dignità estetica e una propria ragione d’essere soprattutto in virtù del suo opposto: quel bello, oggetto di numerose disamine critiche del passato, prossimo e non. Sul relativismo gnoseologico intrinseco alla nozione di brutto, come del resto anche a quella di bello, in fondo non c’è poi molto da dire che non sia già stato detto.

Ogni epoca ha il suo ideale estetico nel quale si possono ricavare i parametri dichiaratamente contrari: “Interrogate il diavolo. Vi dirà che il bello è un paio di corna, quattro zampe a grinfia e una coda” (Voltaire, Dizionario filosofico). Fino a qui niente di nuovo. Quello che diventa interessante è il concreto riverbero della teoria sulle realtà dell’arte.

Memling, Giudizio universale (particolare, 1467-71)

Memling, Giudizio universale (particolare, 1467-71)

Il termine brutto spesso evoca una gamma estesa di associazioni: dalla disarmonia al manifesto disgusto, dall’orrido fino al repellente. Non mancano poi suggestivi squarci e aperture verso elementi magici e fantastici che, in certa pittura, hanno dato luogo a scenari non privi di fascino. Ma c’è di più: c’è il brutto che Eco definisce in sé , come per esempio un frutto imputridito, e un brutto formale cioè legato alla percezione di una disarmonia e di un’alterazione rispetto alla norma. Possono essere compresenti o meno; in ogni caso entrambi sono stati largamente rappresentati nel corso di secoli di storia dell’arte (brutto artistico).

Già nel mondo romano il brutto nasce dalla necessità di riprodurre una realtà non idealizzata né edulcorata, per come appare: se ne trovano numerosi esempi in certa ritrattistica imperiale (non certo in quella augustea, espressione di un maestoso e calibrato “classicismo”), come anche in interessanti prodotti di età ellenistica: emblematica in questo senso ad esempio, la Vecchia ebbra ai Musei Capitolini: una perfetta sintesi tra brutto in sé e brutto formale.

La vecchia ebbra (Musei Capitolini)

La vecchia ebbra (Musei Capitolini)

 Nell’ambito figurativo cristiano l’universo dell’orrore è quello infernale e apocalittico, dominato dal diavolo e dal male. Quando l’arte si trova a dover rappresentare la passione di Cristo sarà costretta ad accettare l’affermazione della bruttezza di un Salvatore coronato di spine e agonizzante sulla croce, sostiene Eco. E non è un caso che questo modo di raffigurare Cristo, umanamente sofferente, nell’arte sacra abbia incontrato una certa resistenza: solo in epoca tardo medievale il tema della sofferenza del Cristo-uomo arriva a suscitare quella pietas cristiana che già a partire dalla deposizione di Giotto (Padova, cappella degli Scrovegni, 1304-1306) tocca vertici di grande livello qualitativo; come ben più tardi faranno, per rimanere in tema, le altrettanto celebri deposizioni di Michelangelo, Raffaello o, ancora più tardi, di Caravaggio.

Spesso è proprio dalla rottura di equilibri formali quasi apollinei che sono scaturiti interessanti correnti stilistiche, a lungo sminuite e disprezzate dalla critica successiva, in primis neoclassica. Primi tra tutti il Manierismo e il Barocco: stagioni dagli esiti molto diversi tra loro ma che hanno fatto dell’eccesso, della disarmonia, della forzatura rispetto alla regola gli elementi fondanti delle due rispettive poetiche.

Tiziano, Il supplizio di Marsia (1570-76)

Tiziano, Il supplizio di Marsia (1570-76)

Nel capitolo Stregoneria, satanismo e sadismo trova spazio, tra le opere menzionate, Il supplizio di Marsia, opera di Tiziano: il satiro scorticato vivo perché aveva osato sfidare il dio Apollo; per non parlare dell’immensa impressione che suscitano ancora oggi i fiotti di sangue che schizzano dal collo di Oloferne decapitato da Giuditta, nell’omonimo quadro di Caravaggio. Su questa scia compare, nella disamina di Eco, anche il senso del macabro, con il cadavere dissezionato de La lezione di anatomia di Rembrandt.

Caravaggio, Giuditta e Oloferne (1599)

Caravaggio, Giuditta e Oloferne (1599)

C’è poi il grande filone della caricatura e del grottesco che ha ricoperto un ruolo importante nell’evoluzione del gusto, dando luogo a scene di genere dal guizzo colorito, se non apertamente stravaganti.
Con le riflessioni romantiche sul sublime il brutto conosce un vero e proprio riscatto a livello teorico: il focus si sposta ora sulla relazione uomo-natura, con una particolare attenzione alle sensazioni dei grandi fenomeni esterni sull’animo umano: è l’epoca che ha per protagonisti grandi tempeste, paesaggi impervi e immense distese che sovrastano l’uomo: è il caso di Turner e Friedrich. Il sublime si oppone quindi al bello, inteso come ciò che suscita immediata piacevolezza estetica.
Arriviamo così al brutto dei tempi moderni, del secolo breve e del nostro: l’arte d’avanguardia, la dimensione estetica legata al perturbante, fino ad arrivare al brutto industriale. In merito al rapporto con il perturbante Eco individua una radice importante nella sensazione di estraneità: “L’inspiegabile appare, allora, quando […] un manichino si anima, appaiono spettri […]. Culmine dell’inspiegabile perturbante è, infine, l’apparizione di un nostro sosia, ossia del doppio” (Storia della bruttezza, p. 322). La realtà rappresentata arriva così ad assumere tratti indistinti, caricandosi di atemporalità e di un’inquietudine incoercibile.

Tempesta di nve, battello a vapore al lardo di Harbours Mouth, J.M.W. Turner

Tempesta di nve, battello a vapore al lardo di Harbours Mouth, J.M.W. Turner

Agli occhi di Eco, l’avanguardia segna il vero e proprio “trionfo del brutto”: dallo spaginamento dei volumi e dei piani cubisti, alla dirompente “estetica del disgusto” dadaista; dalle atmosfere rarefatte e spiazzanti surrealiste, con alterazioni evidenti negli equilibri e nelle proporzioni, fino alla cosiddetta estetica dello scarto di Warhol: “mi è sempre piaciuto lavorare con gli scarti. Cose che vengono scartate che non sono buone e tutti lo sanno […]. Quando vedo un vecchio film di Esther Williams, con le solite cento ragazze che si tuffano dall’altalena, penso a come dovevano essere le audizioni e a tutte le riprese nelle quali poteva capitare che una delle ragazze non avesse il coraggio di saltare quando doveva. […] La ragazza che non aveva fatto il tuffo era la star della scena tagliata” (ibidem, p. 388).

Francis Picabia, il bacio (1923-1926)

Francis Picabia, il bacio (1923-1926)

Tra i capitoli conclusivi Eco cita anche le categorie del kitsch e del camp, di cui individua le differenze e propone esempi. L’aspetto più importante è però quello comune: entrambe, almeno come espressione di un ramo del mercato dell’arte, appartengono ad un’unica macro categoria che potremmo definire “il brutto di ieri diventa il bello di oggi”. Ed è forse questo affermarsi di varie forme di brutto il vero fil rouge dell’intero libro: è la rottura degli equilibri che ha infuso spesso nuova linfa vitale all’arte, come alla critica e al mercato, nel corso della sua lunga e affascinante storia.

Giulia Andioni

Storia della bruttezza
a cura di Umberto Eco
Bompiani, 2011
Collana: Grandi tascabili
pp. 456 € 15,90
ISBN 978-88-452-6528-0