Storia di Irene – Il ciclo della vita secondo Erri De Luca

Storia di Irene – Il ciclo della vita secondo Erri De Luca

Nascita, crescita, morte. Poco più di cento pagine ed ecco che il trittico che compone il ciclo della vita si svela agli occhi di chi si appresta a leggere Storia di Irene, l’ultimo libro di Erri De Luca. Un quadro, quello tratteggiato dallo scrittore napoletano per eccellenza, che non può fare a meno del mare, avvolgente scenografia alle fluttuanti vite dei personaggi che si raccontano. È proprio Irene l’iniziatrice al libro ed al mistero della vita. Una ragazza già donna, orfana, fatta poco di terra e molto d’acqua; una sirena senza coda che, cresciuta con i delfini, tiene in grembo il frutto dell’unione con uno di loro.

Il suo sguardo sempre rivolto verso il mare l’ha pagato con la diffidenza ed il saluto negato dei paesani che vivono sull’isola mediterranea a due passi dalla riva. Una privazione sociale che «non si ripara, o viaggi o muori». E Irene pesce-fanciulla è questo che fa, serena della serenità delle creature d’acqua: viaggia, nuotando di notte per tutto l’anno, affiancandosi ai delfini suoi amici e sua famiglia. Torna sulla terraferma solo per raccontarsi al forestiero napoletano che la vede dalla riva, l’io narrante che solca a suon di cinquecento bracciate il manto acquoso, e si arrampica sugli scogli con agilità di rettile. Perché di storie, Irene, è curiosa. E il commesso viaggiatore che ha incontrato cerca di carpirla con la sua valigia piena di racconti. Ma più il tempo scorre, più sarà lui a rimanere incantato dalla narrazione della giovane, fatta di gesti più che di parole, di pensieri trasmessi in silenzio più che di lunghe divagazioni:

Com’è che capisco le tue frasi Irene, e nessuna parola si spiccica dalle tue labbra? Fanno così i delfini, mi risponde. […] Si solleva dalla sabbia, si siede sui talloni. I suoi occhi tondi mi guardano in faccia, mi danno la vertigine di essere invisibile. Un’onda né d’aria né d’acqua, un’onda di quelle che usa la radio, mi arriva da lei. Il mio corpo assorbe il segnale. Irene irradia quando guarda in faccia.

La storia che Irene racconta è quella racchiusa sotto la pelle di tamburo del suo grembo pregno di vita. La narrazione di un’attesa, che per il forestiero che l’ascolta equivale al ritorno al proprio stato fetale, al rivivere il momento in cui anche lui era «pesce inghiottito da altri pesci»; la narrazione di un arrivo, quello del piccolo delfino che nasce, e che trasforma anche il commesso viaggiatore da cucciolo appena venuto al mondo a padre discreto, che tenta di proteggere Irene costruendole intorno un’altra storia, l’ultima, in cui la immagina crescere finalmente sulla terraferma, accanto alle sue cure semplici e amorevoli di genitore ritrovato.

Ma Irene è al di sopra di qualsiasi protezione necessaria. Il mare l’ha cresciuta, la terraferma l’ha scacciata. Davanti al commesso viaggiatore non c’è una ragazza, ma una divinità: «ho l’età di suo nonno ma lei è più antica. Non mi è permessa la premura senile di offrirle un paio di scarpe, un vestito nuovo, una ciambella». Il racconto della sua storia è tutto quello che Irene può offrire all’uomo della terra, per poi ritornare da dove non è mai andata via. È «la bellezza pura che sta entrando in mare, illesa da lusinghe di futuro, senza un saluto indietro, come un serpente con la vecchia pelle. S’immerge nella notte, s’infila tra due onde col fruscio delle dita che aprono una tenda».

Dopo la storia di Irene, ad accompagnare il lettore verso le altre fasi del ciclo della vita ci pensano i brevi ma intensissimi ritratti disegnati nei racconti successivi, Il cielo in una stallae Una cosa molto stupida.

Nel primo, protagonista è l’intesa, la complicità tra un anziano di religione ignota ed il padre del narratore, giovane ed ateo, nella traversata in mare verso Sorrento per scampare alle rappresaglie naziste. Una fuga celata dal manto scuro e protettivo del mare, illuminata a giorno dalle stelle, in una notte capace di riflettere insieme, nei suoi silenzi e nel «ritmo dei remi e dei polmoni» di chi fugge, i ricordi di una guerra lacerante, e la stanca quanto violenta allegria dell’approdare finalmente salvi a destinazione.

Nel terzo ed ultimo racconto, invece, la luce è puntata sulla ricerca al singolare dell’approdo verso un’altra riva, quella della fine della vita. Ad incarnare il viaggio, un vecchio senza denti che per la sua famiglia è ormai un peso da sopportare, una bocca che toglie cibo ai più giovani. In pieno inverno, armato solo di una mandorla caduta fortuitamente da un balcone sopra di lui, l’anziano si dirige a passi lenti verso il mare, alla ricerca di un posto isolato dal forte vento dove potersi finalmente fermare, per godere del poco sole che gli rimane. Ed è la vita ad accompagnare per mano il vecchio verso la sua fine. La vita, che adesso è tutta raccolta in quella mandorla che si scioglie in bocca come un’ostia sacra, «liberata dal guscio, uscita illesa», che «sguscia con una capriola di scugnizzo che si tuffa a mare», in attesa solo di «un’ora di felicità per togliere il disturbo».

Simona Di Michele

Storia di IreneAUTORE: Erri De Luca

TITOLO: Storia di Irene

CASA EDITRICE: Feltrinelli

PAGINE: 109

ANNO: 2013

PREZZO: 9 €