TAKAHATA ISAO, LA STORIA DI UN ARTISTA SPLENDENTE

TAKAHATA ISAO, LA STORIA DI UN ARTISTA SPLENDENTE

Everything of now
Is everything of the past
We’ll meet again I’m sure
In some nostalgic place

C’era una volta il signor Takahata. Egli aveva una fantasia sconfinata ma i piedi ben piantati per terra. Parlava ai bambini, sussurrava agli adulti. Il maestro dell’animazione giapponese ci ha lasciato lo scorso 5 aprile, il suo cuore ha smesso di battere, non certo il nostro nel vedere le sue opere. Ci ha lasciato tutto il suo mondo dunque, immagini e parole che resteranno a pacificare il nostro animo avvilito dal presente.
Takahata studia letteratura francese all’università, si appassiona a Prèvert, e come non potrebbe, vede la prima versione del suo “La Bergère et le Ramoneur” (La pastorella e lo spazzacamino, 1952), realizzato con l’animatore francese Paul Grimault, e capisce che l’animazione è ciò che vuol fare da grande.
Nel 1959 viene assunto alla Toei Doga ma presto si accorge di stare troppo stretto in una casa di produzione che guarda insistentemente all’Occidente e al signor Disney. Lo strappo si consumerà dieci anni dopo, quando, dopo aver fatto esperienza in alcune produzioni dello studio sia per la televisione che per il cinema, gli viene affidata la regia del suo primo lungometraggio cinematografico.
Siamo negli anni sessanta, il Giappone come altri paesi oltre oceano vivono un periodo di cambiamenti e ribellione. Il Vietnam non è poi così lontano. Takahata incontra Miyazaki e altri autori che non intendono sacrificare i propri ideali per le logiche del profitto.

hols

“Taiyu no Ouji – Hols no Daibouken” (Il Principe del Sole – La grande avventura di Hols) esce nel 1968, dopo tre lunghi e travagliati anni di gestazione ed è un clamoroso insuccesso di pubblico e critica. Lo sbaglio fu quello di voler presentare il film come un prodotto destinato ai bambini ma la Toei nemmeno si immaginava la portata sconvolgente di quest’opera che nelle intenzioni dei suoi autori era destinata ad un pubblico più adulto. Il nucleo della poetica che sboccerà più avanti con lo Studio Ghibli è tutto qui.

La storia viene adattata da un dramma bunraku di Fukazawa Kazuo nel quale si affrontava la difficile questione degli Ainu, un’antica tribù giapponese, solo in tempi recenti riconosciuta come minoranza etnica ma in passato sottoposta a una dura repressione dalle popolazioni giunte alla conquista dell’arcipelago giapponese ed esiliata nel nord del paese a causa della sua diversità. Considerata la situazione delicata gli autori decisero di ambientare il film in Scandinavia, dove un ragazzo orfano di padre cerca di salvare una comunità di pescatori dal perfido signore dei ghiacci.
La lotta ingaggiata dal giovane Hols con l’aiuto degli abitanti del villaggio si erge a metafora della realtà giapponese nella quale i movimenti studenteschi e i gruppi socialisti chiedevano a gran voce l’unione di tutte le forze per svincolarsi dall’influenza americana e riconquistare la propria indipendenza. Nasce un nuovo modo di fare animazione con movimenti fluidi e tecniche di ripresa innovative, utili a caratterizzare psicologicamente i personaggi, come in questo caso Hilda, sorella del terribile demone, divorata dal conflitto interiore tra bene e male, scegliere l’immortalità e la cattiveria del fratello o abbracciare l’umanità e la comunione con gli altri; un processo di ricerca di una propria identità che caratterizzerà molte future eroine dello Studio Ghibli.

pippiTakahata e Miyazaki si concentrano su progetti per la televisione tratti dalla letteratura europea per ragazzi; vorrebbero realizzare una serie animata su Pippi Calzelunghe ma non riescono ad ottenere i diritti dalla sua creatrice Astrid Lindgren, nonostante si fossero recati in Svezia per incontrarla personalmente e fare dei sopralluoghi per individuare eventuali location. Non tutto è perduto, ritroveremo la caratterizzazione di alcuni personaggi o certi scenari e ambientazioni nei loro successivi lavori, come in “Panda! Go, Panda!” (1972) o in “Kiki’s Delivery Service” (1989). E non distolgono la loro attenzione dalle opere letterarie europee, ancora convinti, a ragion veduta, delle loro infinite potenzialità (pensiamo alla fortuna delle serie animate giapponesi nei paesi occidentali).

Per quelli della mia generazione impossibile non ricordare quella bambina dal volto roseo correre sui monti con le caprette; siamo cresciuti con Heidi, con lei abbiamo sognato e sofferto. La particolarità di questa serie era quella di aver dato un’anima al cartone animato; una rappresentazione così dettagliata della vita quotidiana contribuiva ad amplificare la realtà della storia e attivava un processo di identificazione fino ad allora sconosciuto. Heidi scopre le cose, scopre la vita e le dà una forma, conosce la bellezza della natura e dei rapporti umani, ma anche il loro lato oscuro e meschino, in altre parole impara a crescere.

tombaluccioleL’esperienza della vita vera che Takahata porterà in tutta la sua tragicità in “Hotaru no haka” (La tomba delle lucciole, 1988), il suo primo lungometraggio diretto per lo Studio Ghibli. Un film che parla un po’ di se stesso per aver anch’egli vissuto l’incubo dei bombardamenti quando era piccolo e che cerca di rendere questa esperienza un’esperienza condivisa, trasmettere allo spettatore certe sensazioni attraverso la rappresentazione della guerra nei minimi dettagli. La minuzia usata da Takahata nel ricreare i bombardamenti aerei sulla popolazione ci investe con tutto il peso della tragedia; le immagini animate esteriorizzano i sentimenti provati durante questa esperienza, e chiedono allo spettatore di dare loro una terza dimensione.
Come ha lui stesso dichiarato, non era nelle intenzioni del regista fare un film contro la guerra, quanto piuttosto tramandare la memoria di questa guerra alle future generazioni, metterle in guardia ed invitarle a riflettere perché non è cancellando il passato che simili cose non accadranno più. Non si tratta solo del conflitto tra nazioni ma tra esseri umani; il patriottismo giapponese, la cieca fiducia nell’imperatore e nell’esercito, nascondono una volontà individuale di affermazione di sé, una lotta per la sopravvivenza che in simili condizioni scatena gli istinti più animaleschi. In questo caso sono i bambini a pagarne maggiormente il prezzo, orfani dei genitori e di uno stato che non riesce a sostituirsi a loro. La limitata capacità di giudizio che deriva dalla giovane età fa crescere in loro un certo spirito di emulazione. Il giovane Seita crede fermamente che il padre tornerà vittorioso dalla guerra per salvare lui e la sorellina, allo stesso modo egli si convince che in sua assenza è lui l’unica persona in grado di proteggere la sorella Setsuko; nel momento in cui la perde capisce di non aver più nessuno scopo per cui vivere. Le lucciole hanno una vita breve, illuminano il mondo per un attimo di grazia, perché questi bambini, che brillano della propria innocenza, devono morire così presto?

omohide

Il sentiero della memoria guida Takahata nel successivo film da lui diretto “Omohide poro poro” (Pioggia di ricordi, 1991). La giovane Taeko lavora come impiegata in uno dei tanti uffici di Tokyo, ha 27 anni, non è ancora sposata e sembra vivere una vita che non le appartiene. Decide di concedersi una vacanza in campagna nella speranza di riconciliarsi con se stessa. Il viaggio verso un luogo così desiderato corre parallelamente ad un viaggio nel tempo attraverso il quale, nel ricordare alcuni episodi del suo passato, riempire il vuoto che prova nel presente. Cercare un contatto materiale con le radici della terra corrisponde alla volontà di tornare in contatto con la sua anima, lavorare nella fattoria, aiutare concretamente i coltivatori impiegati nel processo di lavorazione dei fiori di cartamo le serve per sentirsi viva. È un processo attivo, fluido, nel quale, come suggerisce il titolo, i ricordi tornano goccia dopo goccia, i momenti di scoperta come il primo assaggio di un frutto fino ad allora sconosciuto, i sospiri del cuore per il primo amore, la gratificazione nel veder riconosciute le proprie qualità ma anche la vergogna di non ritenersi all’altezza degli altri o la frustrazione per non sentirsi capita. Nel tratteggiare il profilo di Taeko sembra quasi che Takahata si sia ispirato a Ozu ed alla sua Noriko di “Tokyo Story”, una giovane donna dall’animo gentile che nasconde le proprie insicurezze ma che possiede la rara virtù dell’onestà. Non è possibile fare sempre la cosa giusta ma non si può nemmeno vivere nella rassegnazione per paura di sbagliare, avvertire di essere diversi dagli altri è piuttosto un sintomo di profonda sensibilità.

yamadasPer assaporare la vita, dunque, certe volte dobbiamo uscire dal sentiero segnato, seguire deviazioni e comportamenti fuori dal comune, come quelli che Takahata ci mostra in “Houhokekyo Tonari no Yamada-kun” (I miei vicini Yamada, 1999), adattamento di una striscia comica giapponese scritta da Ishii Hisaichi. Takahata ama sperimentare e in questo caso con linee semplici e i toni dell’acquerello egli tratteggia una serie di vignette su una moderna famiglia giapponese che affronta la vita con leggerezza e ironia; pillole di vita quotidiana che insegnano qualcosa sul matrimonio e lo stare insieme, una famiglia pasticciona ma cha sa farsi amare proprio perché racconta la nostra realtà e ci fa capire che le sfide della vita sono più facili se affrontate insieme.

Dovremo aspettare quasi quindici anni per godere del successivo ed ultimo film di Takahata, adattamento dell’antico racconto popolare giapponese “Storia di un tagliabambù”, ma l’attesa è ben ripagata perché con “Kaguya-hime no monogatari” (La storia della principessa splendente, 2013) egli ci regala un’esperienza di pura meraviglia.
Mantenendo lo stile minimalista de “I miei vicini Yamada” ma usando un approccio più dinamico, egli sfida ancora una volta le regole della rappresentazione visuale, rifiutando l’illusione di realismo del classico cinema d’animazione ed ispirandosi piuttosto alla pittura impressionista e del mondo fluttuante. “Le linee qui tracciate non sono solo i contorni delle cose reali quanto piuttosto dei modi per catturare istantaneamente l’espressione di quelle cose” dice Takahata. La matita nell’animazione, così come il pennello nella pittura, deve essere in grado di accompagnare l’osservatore nella sua esperienza di visione, suscitare in lui dei processi percettivi che lo incoraggino a vedere al di là di ciò che sta guardando. E quello che Takahata ci invita a vedere è la bellezza della vita nella sua imperfezione. Egli ci narra di una principessa scesa dalla luna per assaporare le gioie del mondo terreno. Come Heidi scopre le cose pian piano, con meraviglia e innocenza, così Kaguya fa esperienza di ciò che la circonda, impara ad apprezzare la semplicità di un’esistenza spesa nella natura ma deve altresì fare i conti con le costrizioni di una società nella quale l’individuo cessa di essere una persona e diventa un oggetto.

kaguyaQuando la nobiltà di condizione sociale che il padre si ostinerà a farle conquistare con infiniti sforzi non sarà più in grado di sostituire la nobiltà d’animo che la stessa ha maturato negli anni d’infanzia trascorsi nella sua casa in campagna, la principessa non potrà fare altro che desiderare di tornare sulla luna.
“Perché le lucciole muoiono così presto?” chiedeva Setsuko a Seita in “La tomba delle lucciole”, perché la caduta dei fiori di ciliegio suscita in Kaguya un’assoluta sensazione di meraviglia? Perché è proprio la caducità della vita ciò che la rende attraente. Scriveva il monaco e saggista giapponese Yoshida Kenko: “Se l’uomo fosse destinato a non sparire mai ma a rimanere in vita per sempre nel mondo, le cose perderebbero il potere di muoverci. La cosa più preziosa della vita è la sua incertezza.”
È la nostra consapevolezza di essere destinati ad una fine che ci fa apprezzare le cose, anche piccole, che la vita ci offre. Bellezza e tristezza dell’esistenza, da oggi un po’ più buia senza le opere di questo artista splendente; non possiamo far altro che consolarci cantando con gli Yamada “que sera, sera, whatever will be, will be, the future’s not ours to see, que sera, sera”.

Elisabetta Orsi