Tehching Hsieh exhibition at MoMA, 2009.
Photo Credit: vhf Victor Felder from Switzerland (12 marzo 2009)
Fonte: wikipedia
http://www.flickr.com/photos/vhf/3423187539

Tehching Hsieh: identità geografica e confini

 Cosa rende un uomo un artista? Il successo? La notorietà? Il riconoscimento internazionale? Può l’identità di un artista dipendere dal mondo? E se questa non viene accettata, cosa sarà di quell’uomo? È il caso di Tehching Hsieh del quale la società si è accorta solo nel 2009: prima di allora, quest’artista originario di Taiwan, viveva sospeso in un limbo di opaca indifferenza e di fragilità identitaria. Lo stesso limbo nel quale è precipitato il suo Paese: un’indipendenza sofferta, quella del regime di Taipei, non riconosciuta dalla comunità internazionale, che ha continuato  ad ignorarne la sovranità, o peggio, confinarla entro diversi e costrittivi spazi semantici e politici. Tehching Hsieh è stato per 14 anni un clandestino, uno dei tanti irregolari approdati negli Stati Uniti; per poi sperimentare un’arte performativa, in grado di coinvolgere ogni fibra del suo corpo, ogni minuto del suo tempo.

Tehching Hsieh exhibition at MoMA, 2009.Photo Credit: vhf Victor Felder from Switzerland (12 marzo 2009) Fonte: wikipedia http://www.flickr.com/photos/vhf/3423187539

Tehching Hsieh exhibition at MoMA, 2009.
Photo Credit: vhf Victor Felder from Switzerland (12 marzo 2009)
Fonte: wikipedia
http://www.flickr.com/photos/vhf/3423187539

Un tempo prezioso ed effimero, come ha dimostrato nel 1978 quando si ritirò dal mondo nel suo studio, senza fare assolutamente nulla: niente tv, niente libri, niente radio. Solo una gabbia con un lavandino, un secchio e un letto. Un’immobilità temporale e sensoriale, una sospensione dallo spazio e dalla quotidianità, in grado di ricordarci che basta sovvertire  le regole, spostare i confini, per cambiare ogni cosa. 365 giorni sprecati o un anno dedicato all’arte. Un Paese indipendente o un’appendice della Cina. La nostra identità è definita dai luoghi in cui viviamo, dai confini che ci separano dall’altro e dal resto del mondo. Ma quando questi confini sono labili cosa ne è della nostra identità? La geografia ha il potere di disegnare i nostri corpi e le nostre vite, mostrando una forza alla quale difficilmente ci si può opporre. Una gabbia fisica che Hsieh ha combattuto, riproducendola all’infinito: si è prigionieri del tempo e per dimostrarlo basta sospenderlo e vedere cosa accade. Si è prigionieri dei luoghi e per dimostrarlo basta diventare apolidi, clandestini, irregolari, varcare i confini e trovare dimora in un Paese lontano migliaia di chilometri dalle proprie origini. Si è prigionieri del lavoro e per dimostrarlo basta timbrare il cartellino ogni giorno, per poi alzarsi e andare via dallo studio senza lavorare. Tutta l’opera di quest’artista è uno sforzo politico e geografico. Ma la sua straordinarietà sta proprio nel negare qualunque fatica intellettuale, in una sorta di dissonanza cognitiva, capace di rendere evidenti le nostre prigionie, negandole, amplificandole fino all’eccesso, fino all’assurdo. Ma siamo anche vittime dell’arte, che ci costringe con le sue regole e i suoi dogmi a vivere all’interno di uno schema culturale preciso. E così, per dimostrarlo, Tehching Hsieh compie l’ultimo passo, il paradosso estremo: elimina l’arte dalla sua vita in ogni sua forma o dimensione, sia essa creatrice o spettatrice di se stessa.

Elisa Carrara