Temi di Performance Art | “Dance is hard to see”. Yvonne Rainer

Temi di Performance Art | “Dance is hard to see”. Yvonne Rainer

You have to love dancing to stick to it. It gives you nothing back, no manuscripts to store away, no paintings to show on walls and maybe hang in museums, no poems to be printed and sold, nothing but that single fleeting moment when you feel alive.
Merce Cunningham

Nel parlare di performance una domanda sorge spontanea: qual è la differenza tra teatro, danza e performance, tra live art e tutto il resto? Cosa s’intende quando si parla di arti performative? In senso generale, o come molti la intendono, la musica, il teatro e la danza rientrano nel cosiddetto insieme delle Arti Performative. Indubbiamente questa è solo una definizione, che aiuta in una certa misura a capire, ma non a distinguere la performance dall’acting teatrale, dai movimenti che ritroviamo in una coreografia e da una composizione di note.

Se cercate una risposta esatta alla vostra domanda qui non la troverete di certo, lo scopo per la precisione è porsene di nuove. A prescindere da qualsiasi esatta definizione, quindi, quello che vorrei oggi qui discutere è il rapporto che la performance art ha con la danza. L’attore o ballerino rappresenta il proprio personaggio e di questo è consapevole –finge di non essere tale o di seguire una serie di movimenti studiati. Come già detto in precedenza, invece, il performer, nel senso più puro del termine, non nasconde le strategie performative del proprio lavoro ma le dichiara, narrando se stesso.

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Yvonne Rainer – Dance Works. Courtesy of Raven Row photo Eva Herzog

La necessità di questo discorso parte da un incontro fatto con una delle più importanti ballerine e coreografe degli ultimi cinquant’anni: Yvonne Rainer. Il nostro non è stato un incontro vero e proprio, ma così mi piace chiamarlo. In occasione, infatti, della mostra alla Raven Row di Londra, ho avuto modo di entrare in contatto diretto con l’opera e il pensiero di una donna mitica e poliedrica. Nel cuore della mostra troviamo un programma dal vivo di alcune delle più significative coreografie da lei create negli anni Sessanta: Diagonal, Talking Solo, Terrain (1963), Trio A (1966) e Chair Pillow (1969).

Trio A, il “warhorse” della coreografa, come lei stessa tende spesso a sottolineare, incorpora movimenti trovati della vita di tutti i giorni. Il quotidiano camminare, correre, mangiare e parlare vengono messi insieme per creare qualcosa di nuovo, alternativo. È senza dubbio un intervento critico, o meglio, un netto rifiuto della danza modernista così come Yvonne Rainer l’aveva studiata sotto la guida di Martha Graham. Il “NO Manifesto” presenta in forma scritta la rivoluzione contenuta in Trio A. No spettacolo, virtuosismi, prevedibilità o ripetizione come nella danza tradizionale. Il fraseggio, la narrazione e lo sviluppo dell’azione nella coreografia sono totalmente eliminati, al fine di dare egual importanza a ogni singolo momento. Una “democrazia dei corpi”, così come Sally Banes l’ha definita, che ha visto come protagonisti anche danzatori non professionisti.

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Yvonne Rainer – Dance Works. Courtesy of Raven Row photo Eva Herzog

Piuttosto che cercare e definire differenze, in questo caso credo che sia più rilevante parlare degli elementi in comune tra performance e il lavoro della Rainer. L’inclusione di elementi “quotidiani”, di comportamenti ordinari, fa sì che il suo lavoro si avvicini alla performance e ne venga contaminata. Entrambe sono pratiche corporee che producono significati.
Yvonne Rainer ha prodotto una ri-attualizzazione dei sistemi simbolici attraverso un corpo in movimento. L’introduzione dell’aspetto quotidiano ha sicuramente permesso al suo lavoro di diventare altro rispetto alla danza canonica. Nonostante la rigorosa tecnica e composizione che la caratterizza,
Trio A contiene degli aspetti performativi che si distaccano dall’illusione dell’essere altro da sé di cui le arti performative sono affette. È stata una vera e propria liberalizzazione della danza.

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Yvonne Rainer – Dance Works. Courtesy of Raven Row photo Eva Herzog

Oltre l’aspetto quotidiano, l’opera della Rainer, così come tutta la danza, condivide con la performance la condizione d’irreperibilità, o meglio, l’effimerità. La questione della memoria di Trio A, della sua scomparsa e documentazione è stata trattata ampiamente dalla critica e pone il problema di quanta autorevolezza e autenticità si possa attribuire a documentazioni fotografiche o video. Come definita da Catherine Wood, Yvonne Rainer è un “living archive” e quando questo verrà a mancare la continuità e sopravvivenza del suo lavoro diventerà incerta. L’elusività che caratterizza la danza è la stessa che ritroviamo in un’azione performativa che basa parte del suo potere comunicativo sull’irripetibilità.

l’unica vita della Performance è nel presente, non può essere salvata, registrata, documentata e non può partecipare nella circolazione della rappresentazione delle rappresentazioni: una volta che compie questo passo diventa qualcos’ altro”. Peggy Phelan.

Celeste Ricci