Virginia Zanetti004 - Il Corpo Chiede

TEMI DI PERFORMANCE ART | NON DUALITA’. Conversazione con Virginia Zanetti

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Tra me e il pubblico si è stabilita una forte empatia,
che ha prodotto un’esperienza al contempo intima ed estetica.
Virginia Zanetti

È nell’interazione tra performer e pubblico che l’azione performativa trova la sua vera natura. La performance sostituisce il rapporto “cerebrale” tra attore, character e spettatore con l’interazione psico-fisica del performer con l’audience. In seguito a strategie d’azione e comportamenti il  performer e lo spettatore subiscono una trasformazione. Questo cambiamento può essere di carattere emotivo, fisico, volontario o meno.

Logo Azione e contingenza

foto di Sonia Ricci

La performance presenta allegoricamente ciò che la vita contiene in sé, senza alcuna dichiarazione univoca. La relazione tra spettatore e performer è, infatti, soggetta alla volontà interpretativa personale e da questa non può prescindere. Ognuno di noi di fronte a un corpo nudo, coperto, ferito avrà una propria interpretazione, che dipende a sua volta dalle esperienze umane e culturali del singolo.

La performance è essenzialmente ciò che accade all’interno dello spazio performativo: l’azione del performer e re-azione dell’audience. È da qui che possiamo partire per una comprensione di Il corpo chiede di Virginia Zanetti, performance presentata il 2 aprile scorso, durante il terzo appuntamento della rassegna PIECE – percorsi di performance presso il Teatro Studio di Scandicci, sotto la direzione artistica di Giancarlo Cauteruccio con la curatela di Pietro Gaglianò.

Il corpo chiede è un ulteriore studio che l’artista ha condotto sul rapporto di non dualità e la fusione tra il sé e l’altro. Attraverso un’azione principalmente incentrata sull’interazione fisica con lo spettatore, la performer abbatte la consueta barriera che si ritrova tra attore e pubblico nel teatro cosiddetto “tradizionale” per intraprende un’attiva di ricerca di condivisione e unione con l’altro.

Durante la serata, inoltre, è stato presentato il video Studio primo per l’estasi nel paesaggio/ Dispositivo a terra, che direttamente precede Il corpo chiede e ne fornisce una possibile chiave interpretativa. In quest’azione solitaria l’artista ha utilizzato il materiale scultoreo per “registrare” il suo tentativo di fusione con la terra. L’argilla viene tagliata in tavolette, come alcune popolazioni arcaiche usavano fare per racchiudervi la cosmologia. Le tavolette diventano mezzo di contatto tra il corpo dell’artista e la terra, tra soggetto e oggetto dell’esperienza.

Virginia Zanetti, Studio primo per l’estasi nel paesaggio/Dispositivo a terra, still da video, MADEINFILANDIA, Pieve a Presciano (AR), 2013 – Foto di Matteo Innocenti

Come sei arrivata a quest’azione?

Il corpo chiede fa seguito a Studio primo per l’estasi nel paesaggio/Dispositivo a terra e fa parte di un ciclo di lavori che tentano di sperimentare la non dualità tra individuo e ambiente nell’accezione dell’esperienza dei mistici: la fusione del sé con l’Altro. In Studio primo per l’estasi ho sperimentato il tentativo di fondermi con la terra attraverso il mio stesso corpo. Durante l’azione il corpo chiede la sala del teatro è diventata paesaggio attivo per sperimentare il processo infinito di reciproca dipendenza tra pubblico e artista, i quali sono entrambi dei dispositivi per esplicitare consapevolezze. Attraverso un’operazione di ribaltamento dei ruoli, l’identità del teatro è stata trasformata: le persone sono state direttamente guidate dentro la scena, si sono fatte protagoniste, materia viva e creativa, opera esse stesse. L’azione ha accolto le persone così come sono, le quali si sono fatte trasportare da un punto all’altro della sala, dalla posizione verticale a quella orizzontale. Sentire, guardare, guidare, unire, toccare, spostare: è così scaturita un’esperienza intensa e partecipata, durata alcune ore. Si è trattato di un transfert, sia nel senso di trasferimento di emozioni, sia nel senso etimologico di “trasportare”. L’immagine finale dei corpi aveva una sua autonomia estetica ed emotiva scaturita dalle relazioni createsi tra me e le persone.

Da quanto tempo realizzi delle performance nelle quali il pubblico è parte integrante dell’azione?

Il mio lavoro è iniziato come ricerca di relazioni, prima con me stessa, poi con quello che è fuori di me. Questo è inteso come un espediente per individuare e abbattere il confine tra persone, tra l’opera e il pubblico. Ogni opera è il risultato di un dialogo serrato tra interno ed esterno, tra me e l’ambiente e nasce naturalmente come parte integrante del paesaggio (che comprende anche le persone) con la funzione di collettore di dinamiche umane, piuttosto che come semplice oggetto di contemplazione. Per me non c’è differenza tra oggetto materiale e immateriale (la performance): sempre di una causa si tratta, che ha bisogno dell’altro per produrre un effetto.

Nella frase di Jacques Rancière: «non c’è teatro senza spettatore» quest’ultimo non è più relegato ad un ruolo passivo, privo di azione, ma diviene parte attiva nel processo di conoscenza. Cosa ne pensi?

Il passaggio dall’essere passivi all’assumere un ruolo attivo nel mondo è un principio che andrebbe applicato a tutto l’esistente, credo sia la più grande possibilità di rivoluzione politica e sociale. Non c’è identità senza l’altro. I grandi cambiamenti sono nel linguaggio e negli strumenti comunicativi che, coerentemente con il contenuto, enfatizzano e velocizzano la comprensione del funzionamento della vita. Ogni disciplina vi è arrivata attraverso vie differenti, in particolar modo le scoperte della fisica quantistica, il web 2.0, fino alla robotica, che riesce addirittura a meccanizzare il pensiero attraverso gli impulsi elettrici del cervello. In quest’addensamento di spazio-tempo l’unica via possibile è assumere un ruolo attivo insieme agli altri.

 Zanetti007 - Il corpo chiede

Virginia Zanetti, Il corpo chiede/ Studio secondo per l’estasi nel paesaggio, performance, PIECE III, a cura di Pietro Gaglianò, Teatro Studio, Scandicci, 2014 – Foto di Nicolò Burgassi, OKNO Studio

L’abbattimento della barriera tra fruitore e artista porta quest’ultimo a dover prendere in considerazione un ulteriore elemento: “l’imprevisto”. Come ti relazioni alla casualità a cui l’azione è soggetta?

Tento di andare verso la totalità, perché uno sforzo a metà è uno sforzo inutile. Sono aperta alla vertigine dell’ignoto, accettando l’eventualità dell’errore che spesso diviene la risorsa creativa principale del mio lavoro. Lo stesso vale per i miei limiti, cerco di utilizzare tutto ciò che di negativo c’è dentro e fuori di me, di assecondare la mia parte non educata, incivile, far uscire la pazzia, il pianto, il riso,  per poi utilizzare tutto questo nella realizzazione di un lavoro che contenga il loro opposto. Caratteristiche come semplicità, umanità, essenzialità, spontaneità, facilità, libertà, che plasmano i miei lavori, sono spesso esito di un processo di trasformazione degli elementi opposti con i quali mi scontro quotidianamente. È molto importante l’intenzione che sostiene un’azione, soprattutto quando si coinvolgono gli altri, serve una grande preparazione sia fisica sia spirituale. Il corpo chiede inizialmente non aveva né durata, né partecipanti, c’ero soltanto io con la mia intenzione, pertanto non ero in grado di fornire certezze a nessuno. Una parte del lavoro è ottenere fiducia da parte delle persone con cui collaboro e far sì che si affidino a questo modo “folle”, in continuo mutamento e apparentemente casuale, di lavorare.

Virginia Zanetti, Studio primo per l’estasi nel paesaggio/Dispositivo a terra, still da video, MADEINFILANDIA, Pieve a Presciano (AR), 2013 – Foto di Matteo Innocenti

Qual è il filo conduttore che lega i tuoi lavori performativi?

Il tentativo di comprendere il funzionamento dell’esistenza e delle relazioni che la sostengono, partendo dalla sperimentazione della non dualità tra i fenomeni e le forze. Ogni lavoro fiorisce dal precedente, in modo spontaneo, apparentemente casuale, perché, essendo tutti in una rete di relazioni reciproche, niente è casuale. In generale cerco di aprirmi alla storia del territorio dove sono, cercando di captare ricordi, pensieri, sogni di chi lo abita. Nelle esperienze performative i partecipanti sono invitati a compiere esercizi “impossibili” per confrontarsi con i propri limiti, e trovare in essi uno slancio verso l’alterità. I miei lavori sono spesso nutriti da dialoghi in fieri che compongono archivi polifonici, testimonianze vive e contrastanti (raccolte fisicamente o attraverso testi scritti) che culminano in performance collettive o installazioni ambientali. Attuo spesso un rovesciamento dei ruoli, per restituire al fare artistico il suo valore d’indagine e comunicazione, fuori dalle logiche del mercato, ma dentro le dinamiche che lo determinano.

Nuovi progetti per il futuro?

Realizzare la mia rivoluzione umana. Se ti va di venire in toscana ci vediamo 15 maggio per una tavola rotonda allo Spazio d’Arte Alberto Moretti di Carmignano e il 12 giugno a Prato per la presentazione del Progetto Prato Sarajevo Art Invasion, a cura di Dryphoto, Kinkaleri, Museo Pecci di Prato.

Intervista a cura di Celeste Ricci

http://www.virginia-zanetti.com/