Trent'anni

Trent’anni

È ovunque, una presenza onnisciente che aleggia nell’aria di ogni conversazione. Articoli di giornale “cosa fare prima dei trent’anni”, “cosa non fare più dopo i 25 anni”, e tu li leggi, perché sei scema e pensi che ancora non hai fatto sesso a tre o toccato il culo a una celebrità, oltre ovviamente a fare figli o a comprarti una lavatrice con i tuoi soldi. Ci sono altri invece che dicono sia solo una questione numerica, che il tempo è un concetto arcaico, che hai tutta la vita davanti e che si fa sempre in tempo a cambiare vita: che la zia della cugina della coinquilina di tua sorella a 40 anni si è trasferita in Costa Rica, ha aperto un chiosco sulla spiaggia e giace ogni sera con un uomo, di colore, diverso. Ai pranzi di famiglia tua nonna ti dice che sei giovane e bella e tu ridi, perché quando guardi le tue cugine che sono giovani e belle veramente, hai la vegliarda voglia di stritolargli le guance con le dita e di regalargli Rossana dicendo “ricordo il giorno in cui siete nate”, che fra l’altro è anche vero.
Ti fa male la sciatica, indossi plantari, non ricordi più l’ultima volta che hai fatto le scale senza aggrapparti al corrimano e a volte estirpi dei peli canuti dal tuo corpo, di cui il 99% sono sul mento. Durante la tua più recente escursione in montagna, con una pendenza scarsa oltretutto, non desideravi il lavoro perfetto o l’uomo della tua vita al tuo fianco, bensì un animale da soma che ti portasse in cima evitandoti una morte precoce per arresto cardiaco. Negli spogliatoi in palestra (durante il tuo mese annuale di desiderio edonista) nonostante la tua faccia esprima il concetto di “non mi parlate non me ne frega un cazzo” ti sei ritrovata involontariamente a parlare di creme idratanti, di pasti salutari e di come l’estate nessuno voglia cucinare; “io i fornelli ad agosto non li accendo neanche” è stata la frase più gettonata della scorsa stagione. Fra meno della metà dei tuoi anni svanirà la possibilità di creare una tua stirpe, eppure con bramosia preoccupante aspetti aprile 2016 l’uscita di Uncharted 4, sperando nel frattempo di avere dei soldi da parte per comprarti l’ultima Playstation. Il tuo corpo invecchia in maniera inversamente proporzionale alla tua mente che pian piano regredisce sbaragliando in quella che è una non ammessa crisi di mezz’età, che conferma matematicamente il tuo sospetto di morire a 60 anni.
Ma molto spesso decidi di non pensarci, conservando quello spirito infantile da brava vent’enne che procrastina la presa per le corna di quel celebre toro che ti fissa aspettando il suo momento; e chiami i cari vecchi amici di sempre o i compagni di ventura. Quegli stessi amici di cui ti ricordi il volto ricoperto di inchiostro Bic all’ultimo banco a fare cerbottane e a scaccolarsi, quegli stessi che si ubriacavano e finivano nudi col pube all’aria nella fontana di Bernini. Quegli stessi compagni di sbronza con cui ricordi bottiglie rotolanti a fianco del letto al risveglio e che ora dicono “un solo bicchiere” e bevono un solo bicchiere veramente facendoti sentire William Burroughs perché ne prendi un altro. Proprio loro che adesso accompagni da Ikea per scegliere un divano letto da mettere in salotto per ospitare la suocera che viene a trovarli di tanto in tanto. Quegli stessi che ora ti danno pacche sulle spalle accompagnate pietosamente con frasi del calibro “vedrai che succederà anche a te” alludendo d un’idilliaca vita sentimentale o a un contratto a tempo indeterminato come se, anche tu, nel profondo, fossi pronta a timbrare il cartellino ogni giorno e a dormire tutte le notti, non solo con qualcuno, ma con la stessa persona. Come se non sentissi il nodo della cravatta che si stringe sempre di più al solo pensiero. E tu provi a spiegargli che anche quando incontri qualcuno di carino, di dolce, che sa di compagno di vita, te lo immagini anziano e abitudinario al tuo fianco ma comunque, inevitabilmente, riesci a mandare tutto a puttane, in modi diversi, sfruttando finalmente quella creatività latente. Ti dicono che è per paura. La realtà dei fatti è che quel cazzo di diavolo sulla tua spalla destra insinua continuamente nella tua testa quelle incontestabili sentenze di morte che ti spronano con sempre più foga verso un rimandare a quella che sarà la “tua vera vita”. Una bestia, insomma, che alloggia comodamente nel tuo stomaco e che ti spinge a fare ancora quelle cazzate; uno spirito di liberatoria assenza di responsabilità, persistente stronzo, che ti fa dire “no” non è ancora tempo di stipsi della giovinezza,di estetista il primo del mese, di giustificazioni, di attraversare navate della chiesa (cosa che faresti solo per vedere se effettivamente prendi fuoco) di papappapapapappapa (slogan dei matrimoni), di occuparsi della macchia di muffa sul soffitto, di dare del lei alla madre del tuo compagno per cinque anni, di viaggi organizzati, dell’Imu; né tantomeno è tempo di “ti devo far conoscere un amico del mio ragazzo a cui piacciono tanto i fumetti” e di 36 birre passate a parlare di Spider Man, che ti sta pure sui coglioni, per poi scoprire che ti stai annoiando nonostante l’alcool in corpo.
E ti rendi conto che, ormai, non puoi più iniziare i temi con la frase “da grande voglio fare…”; e sai anche che la tua concezione di divertimento domenicale non può più essere leggere il giornale al bar in postsbronza bevendo caffè per quattro ore in attesa di un’ora più consona per passare al malto. Eppure sai anche che prima di cantare La vie en rose nostalgica in qualche balera di secondo ordine, narrando di una vita passata e movimentata, devono ancora morire almeno due papi.
Quindi che fai?
Opzione 1: (quella che va per la maggiore) Decidi di prendere un Master, che ti manterrebbe nel tuo status di attesa, o di frequentare un corso di formazione, o chiedi all’amico dell’amico di quello di farti lavorare nella sua azienda di web bla bla, senza spiegarli che non mandi neanche e-mail nella vita quotidiana. Magari nel frattempo ti cerchi un ragazzetto che ti accetti per quello che sei, che sia sulla via della beatificazione quindi, e che sia possibilmente agiato e vizioso, altrimenti si litiga, e con il quale “magari un giorno, quando troverò lavoro…”, e che possa soddisfarti anche biologicamente. Il tutto ciò costantemente accompagnato da un’inenarrabile ansia da prestazione perché se sbagli questa devi ricominciare, o attingere dalle altre opzioni.
Opzione 2: (quella più plausibile) Diventi alcolista e campi di aria e di buffi. Che fa tanto Rimbaud, Gary Oldman e vecchio de’ paese. Che fa sempre la sua porca figura, diciamolo.
Opzione 3: (quella che tutti dicono ma che nessuno fa mai) Costa Rica. Chiosco. Ballare la Hula dimenticandoti che giorno della settimana è.
Opzione 4 (quella che nessuno considerai mai): Ti tieni la vita che hai e smetti di rompere i coglioni. Perché va bene, il lavoro che fai forse non lo vorrai fare per tutta la vita, perché le giaciute con i maschi non ti danno soddisfazione romantica, perché ci sarà sempre una stronza che fa la vita che avresti voluto fare te.
Ma bisogna costantemente ricordarsi, per citare un grande uomo del nostro secolo, “che visto che la terra è fatta per ¾ d’acqua, già ti ha detto un gran culo non essere nato pesce.”

Giovanna Santirocco – FuckYouLove