Tua madre è una start up, ma non rubarmi l’idea.

Tua madre è una start up, ma non rubarmi l’idea.

Stamattina ho creato una start up. Sono andato al bar e ho preso un cornetto e un cappuccino, e questa è stata la mia start up di oggi. Il fatto di non aver ben chiaro il significato di start up mi permette di crearne – quando sono ispirato – fino a cinquanta in un giorno. Apprendo da internet che il 98% delle start up non produce reddito ma lo consuma, quasi tutte le mie start up si inseriscono in questo 98%. Dico quasi tutte perché una volta ho trovato dieci euro per strada e questa fu la mia start up più redditizia.

La mia passione per le start up nacque, come tutte le cose buone, mentre ero alticcio e chiacchieravo con sconosciuti. Tra questi sconosciti ce n’era uno con la faccia particolarmente da cazzo ed io ho sempre empatizzato con le facce da cazzo.
È molto soddisfatto, sorride, parla di sé senza vergognarsi. Indago e scopro che gran parte del suo buon umore può ricondursi a una start up che aveva in mente da un po’ di tempo e che forse entro un mesetto, grazie a non so chi, si sarebbe materializzata. Non entro nel merito del suo progetto se non altro perché i dettagli non me li ricordo, ma ricordo nitidamente che il tutto poteva essere sintetizzato come: accarezzare i vecchi a domicilio. «Oh, mi raccomando non copiarmi l’idea».
Per tutto il Novecento accarezzare i vecchi a domicilio sarebbe stata considerata un’attività dequalificante, oggi, farlo in un posto all’uopo dedicato, no. E vai con la start up, e chi se la inventa teme addirittura che gli si possa rubare l’idea.

Fu così che intuii i contorni del significato celato dietro al concetto di start up. Prima ero concentrato sul significante e sinceramente mi mancava la differenza sostanziale tra “start up” e “iniziativa economica”, tant’è che riconducevo la mutazione di vocabolario a una squallida posa per anglofoni analfabeti, di quelli che chiamano “job act” una riforma del lavoro, ora invece avevo compreso che la start up al contrario dell’iniziativa economica ha il potere di legittimare e far acquisire dignità a qual si voglia attività. La start up, d’altronde, «è uno stato mentale» (cfr. Giuditta Mosca, “A Roma il Working Capital 2013, startup italiane in vetrina”, ilsole24ore.com).

Ed eccoci alla mia infatuazione per le start up. Perché devo continuare a fare le mie cose come un umile sfigato, laddove potrei fare delle start up e diventare mega fico? Ma questo è solo l’aspetto più materiale della mia infatuazione, in maniera meno superficiale potrei dire che queste start up arrivano laddove il socialismo utopico e la psicanalisi fallirono (perlomeno con me), arrivando a creare un’autostima che si struttura su una qualificazione autoreferenziale della propria attività: l’accarezza vecchi a domicilio ha finalmente diritto a che il suo lavoro venga considerato dalla società la punta emersa della più gloriosa produttività, sempre che lo stesso accarezza vecchi si consideri tale. Ma non è tutto. Grazie alle start up, che ripetiamo essere uno «stato mentale», l’attività più squallidamente pratica ed eterodiretta – il “fare soldi” – viene ammantato da un’introspezione soggettiva eroicamente romantica ed arriviamo perciò a sospettare che sia vero che lo start upper, semplicemente, ami le proprie idee al punto da voler che tutti riconoscano che tale amore è ben riposto.
Come quando Tizio si innamora di Caia ed ammorba gli amici decantandone i meriti. Lo start upper perciò, prima di essere un imprenditore, è un sognatore e in quanto tale noi non possiamo che stare dalla sua parte, augurandogli però di rimanere tale ed augurandoci perciò che ogni sua iniziativa fallisca, come auguriamo ad ogni romantico di non vanificare il suo idillio con la conquista dell’oggetto amato, e qui potrei citare Lacan, se non fosse che un mesetto fa ho avuto la malaugurata idea di leggermelo davvero questo Lacan (su Wikiquote) e non c’ho capito così un cazzo che oggi faccio fatica a citarlo a sproposito.

Non credo che questa ideologia delle start up durerà molto, noi marxisti di terza generazione – come quelli di prima generazione e al contrario di quelli di seconda generazione (che non a caso deviarono con disinvoltura sulla deprecabile e velleitaria endiadi Molotov & Spinelli) – sappiamo che le mistificazioni hanno vita breve e gli “stati mentali” non esistono, o meglio, direbbe Marx, esistono nei limiti in cui esistono le fate. Se così non fosse non resta che prendere nota della più grande trasformazione del sistema capitalistico che da fenomeno escludente per antonomasia diviene, forse come il capitalismo delle origini, fenomeno includente per gli effetti. In altre parole se col capitalismo il profitto divenne il fine e senza profitto vieni espulso dal sistema produttivo, con le start up il profitto diviene un mezzo, peraltro neanche necessario, per sottolineare un’inclusione che nessuno può mettere in dubbio, laddove fondata elusivamente su un’autodichiarazione: io farò/faccio/ho fatto una start up.

Tratto caratteristico degli start upper, che li avvicina inconfutabilmente agli scapigliati romantici del secolo scorso (ormai due secoli fa), è che gli start upper non hanno una lira ed il loro successo, o meglio quel 2% di loro che ha successo e produce reddito, si manifesta a prima vista come la contraddizione della prima regola del capitale autoriproduttivo, ossia: per fare soldi bisogna avere i soldi. A ben vedere però la mancanza di liquidità dello start upper viene colmata da capitalisti vecchia maniera, di quelli che se non sono obesi e con il sigaro sono ipocriti, che in luoghi fisici detti “incubatori di start up” e in luoghi metafisici detti “acceleratori di start up” estraggono l’idea e la trasformano in profitto. Ciò che si palesa, in questo modo, è che queste start up – per quanto i loro maggiori interpreti costituirebbero effettivamente una manifestazione nuova all’interno delle dinamiche di mercato – altro non sono che l’esternalizzazione dei reparti ricerca e sviluppo delle grandi aziende che completano così la minimizzazione dei costi di innovazione, minimizzazione che già trasformò il lavoro creativo da lavoro tutelato a lavoro a cottimo, ed ora diviene lavoro a pagamento dilazionato e incerto. Ossia Tizio lavora, progetta e pianifica la sua start up, poi se il lavoro è valido, questo lavoro sarà remunerato. Il rischio dell’idea che non funziona, per lo meno in questa fase dello sviluppo dell’idea, viene totalmente caricato sulle spalle del soggetto che peggio di altri, ossia peggio del capitalista, è in grado di sostenerlo. Il capitalista infatti può, al contrario del giovane start upper, quantificare e ripartire questo rischio su tutti gli altri prodotti che il capitalista produce creando una sorta di autoassicurazione per l’eventuale flop. Allo start upper, invece, non resta che stringere la cinghia e buttarsi a capofitto nel prossimo eroico fallimento.

Bella inculata.

E fu così che decisi di prendere il potere auto legittimante delle start up per applicarlo a contesti avulsi dal ciclo produttivo. Resta comunque il dato ineludibile che una volta ho trovato dieci euro per strada.

(tratto da – non l’ho scritto, ma ho intenzione di farlo – “Manoscritti economico-filosofici delle 18.44”, che poi è proprio il preciso momento in cui comincio a bere, mi avvicino all’idealismo tedesco e prendo le distanze da Feuerbach perché è un accollo).

Giacomo Venezian

elaborazione grafica in copertina: Marta Gargano

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