Una chiacchierata sulla fotografia con Matteo Vieille

Una chiacchierata sulla fotografia con Matteo Vieille

Ho conosciuto Matteo Vieille sedici anni fa, al liceo, quando tutti e due avevamo un sacco di cazzate in testa e una forte ambizione di voler lasciare il segno, ma non sapevamo ancora dove come quando e soprattutto perché. Un paio di mesi fa scopro che si era classificato secondo nel concorso fotografico di “Oltre le mura di Roma” portando alla luce la quotidianità di Simoncino, rapper romano da 80.000 visualizzazioni su Youtube. Dopo anni di incontri fortuiti e di “dai, un giorno organizziamo qualcosa” decido di contattarlo per complimentarmi con lui e per proporgli una chiacchierata sulla fotografia. Matteo accetta di buon grado.
Ogni fotografo, o emergente tale, desidera parlare dei propri lavori e della propria passione così come un adolescente del suo primo innamoramento o un tifoso della propria squadra: questo è quello che lo muove ogni giorno, questo è quello di cui ha bisogno di parlare, è la bestia che si porta dentro, la sua ossessione. E così vale per Matteo.
Iniziamo parlando del suo lavoro con Simoncino, del tempo passato con il soggetto in questione e del tempo necessario per creare intimità, per conferire emotività alla foto. Dalle foto di Matteo traspare una maniacale attenzione ai dettagli: i suoi scatti sono frutto di una paziente attesa e della ricerca di quello che molti chiamano il momento perfetto. Mi spiega infatti che gran parte del suo lavoro viene attuato senza neanche toccare la macchina fotografica, che lo scatto in sé è solo il punto ad una frase, una conclusione portata a casa grazie ad un lavoro di osservazione del personaggio che si vuole raccontare e soprattutto di integrazione del fotografo alla vita o alla scena narrata.

© Matteo Vieille

© Matteo Vieille

Gli esprimo le mie perplessità sulla vita del fotoreporter, perplessità basate sulla questione della privacy, del “levare un pezzo di vita” al soggetto, del rendere pubblico ciò che nasce per non esserlo. Mi dice che la fotografia per lui è una necessità e che il raccontare non è altro che un’espressione artistica indispensabile, uno sfogo, dice correggendosi subito dopo, un bisogno; e che parte del lavoro è cercare di dare alla foto e alla persona fotografata una dignità storica. È infatti lo stesso soggetto (sia nel caso di Simoncino, sia in altri esempi) ad avere un’esigenza di espressione, esigenza protagonista unitamente a quella dell’autore.  Mi spiega perché stare a stretto contatto con il soggetto sia non solo necessario per rendere la storia più veritiera, ma anche dovuto nei confronti della persona ritratta: è l’unico modo per rendere giustizia alla sua realtà e per non cadere nell’effetto “safari” statico che racconta didascalicamente quello che succede, un modo insomma per evitare di cadere nell’artificio, nell’esagerazione di un particolare. Un rapporto bilaterale tra fotografo e soggetto che si risolve un unico scatto, in grado di raccogliere il lavoro svolto e di arrivare infine all’occhio esterno e al suo riscontro.
Finiamo per parlare del famoso “talento”, di come riconoscerlo o del sentirselo addosso o meno. Lui devia, tornando sull’argomento solo per ribadire il concetto che l’autodefinizione è fallimentare, che i suoi lavori parlano per lui e che il riscontro positivo da parte della critica e del pubblico è importante, forse fondamentale per poter lavorare, ma non necessario per volersi esprimere.
Sempre parlando di talento, cita i maestri del cinema, sua principale influenza, che lo hanno guidato ad un iniziale avvicinamento alla passione per la fotografia e che, grazie alla loro capacità narrativa tramite immagini, lo hanno spinto a cercare un particolare modo di narrare una storia. Il “come” è nel mondo fotografico così come quello cinematografico, rappresentato in quello che comunemente si chiama “stile”: ogni fotografo si distingue dall’altro non solo grazie alla storia che raccontata, ma anche e soprattutto al modo in cui viene descritta, che deve essere singolare e personale.

© Matteo Vieille

© Matteo Vieille

Per Matteo, per essere fotografo, regista, direttore della fotografia, pittore o scultore o più largamente artista è necessario possedere una grande consapevolezza della propria capacità espressiva e cercare in tutti modi di renderla unica, trovare un canale inesplorato per far sì che quella storia, quel soggetto siano raccontati e messi in luce tramite il famigerato “stile inimitabile”. Vedere un’opera, insomma, e non chiedersi neanche per un secondo a chi appartiene, saperlo e basta.
Ad un certo punto mi rendo conto di aver lasciato la penna e il quaderno da parte, tanto il suo discorso filava e non faceva una grinza su quello che dovrebbe essere il mestiere del fotografo, anzi su quello che dovrebbe essere il mestiere del fotografare: continuare ad affinare la propria tecnica, trovare una storia da raccontare ed immergersi totalmente in questa e farne una rarità. Ma soprattutto, sentire la necessità di doverlo fare, il bisogno di lasciare un contributo.

Giovanna Santirocco

foto di copertina Joana De Freitas

Matteo Vieille nel 2012 si diploma nel montaggio di audiovisivi presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Come regista e montatore ha realizzato documentari,  cortometraggi, videoclip e spot commerciali. Attratto dal linguaggio fotografico, nel 2014  frequenta il corso di Fotogiornalismo presso Officine Fotografiche ed inizia la sua carriera  da fotografo freelance. Le sue storie sono state pubblicate in Italia e all’estero.

www.matteovieille.com