A chi intende andare oltre. Una nota su “Elementi di critica omosessuale” di Mario Mieli

A chi intende andare oltre. Una nota su “Elementi di critica omosessuale” di Mario Mieli

Dopo 15 anni dall’ultima edizione Feltrinelli ristamperà Elementi di critica omosessuale, libro che Mario Mieli pubblicò per la prima volta nel 1977 come rifacimento della sua tesi di laurea. Viene da esclamare “finalmente!”, dal momento che copie digitali e cartacee del testo hanno continuato con insistenza a circolare nonostante il (provvisorio) oblio editoriale*; oblio confortato, tra l’altro, da una serie di pruriti ideologici e di dicerie che avrebbero voluto seppellire Mieli dietro la frettolosa tàccia di pedofilo maldisposto (come già accaduto con Tony Duvert), ma anche da un certo disinteresse dimostrato dalla sonnacchiante comunità LGBT italiana, impiegata in un progetto d’integrazione totale dell’omosessualità che già Mieli definiva “rientro (dalla porta di servizio) nelle strutture della famiglia.”

Certo non si tratta oggi di salutare questo libro con le medesime modalità degli anni della sua uscita, ma di procedere allo studio di una provenienza che è anche indicazione di ribaltamento e futuro, di fare, cioè, la stessa operazione di archeologia che Remo Pagnanelli attribuiva al poeta:

La poesia è per me operazione archeologica, nella duplice direzione di discorso del Principio e conservazione e custodia di ciò che è andato perduto o che si sta perdendo, di ciò che comunque il nostro cervello antichissimo vede di continuo “riaffiorare”. 

Se il libro di Mieli continua a incomodare i suoi lettori è proprio perché esso con vigore rifiuta certe irreggimentazioni del pensiero, certe specifiche dettate dalle circostanze, rivolgendosi piuttosto alla questione sessuale come militanza androgina, come “ermafroditismo originario e profondo di ogni individuo”, come incontro con l’archetipo. Tutto lungo il saggio l’autore insiste a reclamare il proprio essere invertito non solo rispetto alla Norma eterosessuale ma anche nei confronti della monosessualità (la cui misura conciliatoria è sconsolatamente attuale):

Dietro la repressione dell’omosessualità si cela un’omosessualità come ponte, ponte verso l’ignoto (o forse, verso ciò che sappiamo da sempre senza saperlo). Ancor oggi troppa gente ha paura di passare realmente sull’altra sponda. Il movimento gay rivoluzionario propone la grande avventura a tutti. Al contrario, gli omosessuali riformisti pensano che sia possibile bivaccare in massa su questo ponte, ostruendo il passaggio a chi intenda andare oltre.**

Leggere oggi Elementi di critica omosessuale richiede soprattutto di smentire violentemente i presupposti del progressismo, rifiutando quel sussidiario della tolleranza che da tempo viene spacciato per “liberazione sessuale”. Piuttosto che procedere nella catalogazione dei generi e nelle divisioni del pensiero, come poi si continua a fare ignorando che proprio attraverso questa rigida mutilazione si perpetua il marchio dell’infamia (il reportage del National Geographic sulla rivoluzione gender è in questo senso assai significativo), Mieli si è rivolto altrove, a una transessualità universale, laddove “ogni essere umano, embriologicamente bisessuale, conserva in sé per tutta la vita, dal punto di vista biologico e psicologico, la presenza dell’altro sesso”. In questo forsennamento del corpo il maschile e il femminile emergono come reperti, come umori o campi dove giocarsi il difetto del genere:

Io sono contento di essere una checca evidente, «femminile»: la sofferenza che ciò, in questa società, comporta è al tempo stesso la misura o se si vuole lo specchio della dura e insieme fragile e preziosa bellezza della mia vita. È un grande destino possedere e cercare di vivere con chiara coscienza un’esistenza che la massa regolare, nel suo idiota accecamento, disprezza e tenta di soffocare. Un compagno del Fhar (Front Homosexuel d’Action Révolutionnaire) ha scritto: «Noi rivendichiamo la nostra “femminilità”, la stessa che le donne rigettano, e nello stesso tempo dichiariamo che questi ruoli non hanno alcun senso».

Quanto distanti appaiono oggi queste pagine rispetto alla spenta, sciatta semplificazione che se ne è fatta: abiurato, il femminile è stato dismesso come ruolo solo per essere poi reintrodotto, sulle passerelle o nei manuali educativi, in forma di bigiotteria, di volgare travestimento, di “moneta vivente”. Chi può, rivolga lo studio verso Ronald Firbank (un titolo su tutti: Vanagloria, naturalmente fuori catalogo), Jules Laforgue e Antonin Artaud. Proprio il suo Eliogabalo è interessante accostare all’opera di Mieli: inarrivabile ritratto di ciò che sempre trabocca, si sporge, dis-segna.

Senza una guerra per i Princìpi, mai la religione del sole dapprima ostile a quella della luna avrebbe rischiato di confondersi con essa sino a mescolarvisi inestricabilmente. Io non vedo come la Storia possa dirci per qual miracolo un popolo nato dai Fenici zelatori della donna abbia potuto erigere sulle proprie terre e più alto che ogni altro un tempio al culto del sole, cioè del maschile. Resta il fatto ch’Eliogabalo, il re pederasta e che si vuole donna, è un sacerdote del Maschile. Egli realizza in se stesso l’identità dei contrari, ma non la realizza senza fatica, e la sua pederastia non ha altra origine che una lotta ostinata e astratta tra il maschile e il femminile.

 

Il compito per il lettore di Mieli è  di far piovere dentro la giurisdizione del certo, di disorientarsi rispetto ai limiti della propria educazione e ai titoli di preferenza. Per esempio la questione della procreazione, onnipresente monomania che più di tutti documenta la nostra frigidità immaginale, vissuta dalla comunità LGBT come carnevale bellico (maternità surrogata, utero in affitto, gestazione per altri, gpa, femminismo della differenza…),  è un arcaismo di cui conviene sbarazzarsi al più presto, tornando a pensare l’omosessualità non solo come superamento delle categorie psicoanalitiche classiche («Il desiderio omosessuale è l’ingenerante-ingenerato, il terrore delle famiglie perché si produce senza riprodursi***»), ma anche come pratica, zona di convergenze e d’incidenze, vita e basta, progettazione inesausta di una nuova umanità e di un nuovo corpo («in che rapporto sei col tuo buco del culo?»). Guardare oggi ad un Pride è assai meno interessante che guardare ad una processione, perché il paravento del buon senso è un’ideologia di rottami, di partigiani dell’ovvio, di ergastolani della riproduzione:

In effetti, costringere l’Eros alla procreazione non è mai stato veramente necessario (…) D’altro canto, se la lotta per la liberazione dell’omosessualità si oppone decisamente alla Norma eterosessuale, uno dei suoi obiettivi è la realizzazione di nuovi rapporti gay tra donne e uomini, rapporti totalmente alternativi rispetto alla coppia tradizionale, rapporti atti, fra l’altro, a un nuovo modo di generare gaio e di vivere pederasticamente con i bambini. Né è detto che la conseguita libertà transessuale non contribuisca a determinare, in un futuro relativamente lontano, alterazioni della struttura biologico-anatomica dell’essere umano tali da trasformarlo, ad esempio, in ginandro atto alla partenogenesi o a nuovi tipi di procreazione a due (o a tre? a dieci?…)”

In questa lugubre marcia verso il ricovero organizzato, coagulo di ghetti (discoteca, bar, villaggio LGBT, e così via…) è bene svoltare, cambiare strada, ritrovare la gaia vitalità dell’opera di Mieli, registrarla come gabbia di studio o procedere al suo rovesciamento, comunque sempre a salute, a custodia dell’inviolabile: il proprio canto.

Giorgiomaria Cornelio

 Note

* All’opera di Mieli sono stati dedicati inoltre diversi approfondimenti, come il recente E adesso, curato da Silvia De Laude per le Edizioni Clichy.
** Tutte le citazioni sono tratte da Elementi di critica omosessuale di Mario Mieli, laddove non indicato altrimenti.
*** Guy Hocquenghem, Le désir homosexuel, Editions Universitaires, Paris, 1972, p. 72 (poi Fayard, 2000)