Vasilij Kandinskij, lo spirituale nell’arte come necessità

Vasilij Kandinskij, lo spirituale nell’arte come necessità

«In ogni centro artistico vivono migliaia e migliaia di artisti, la maggior parte dei quali cerca solo una maniera nuova, e crea milioni di opere d’arte col cuore freddo e l’anima addormentata». Osservazioni come questa figurano già nelle pagine introduttive di Lo spirituale nell’arte (1909, pubblicato nel 1912 a Monaco dall’editore Reinhard Piper) del pittore e teorico russo Vasilij Kandinskij (1866-1944); un testo asciutto quanto denso, con vari passaggi di una certa modernità. Attuali, a livello critico, sono infatti i problemi di definizione teorica e formale esaminati dall’autore attraverso riflessioni anticonvenzionali che lasciano libero spazio al linguaggio simbolico e alla risonanza interiore: l’arte veicola contenuti spirituali, il che lo porterà progressivamente a prescindere dalla figurazione.
Non è questa la sede per esaminare il ricco contesto filosofico-culturale idealista di cui questo saggio è un’interessante espressione. Basterà ricordare che la componente spirituale che affascina Kandinskij deve molto al radicarsi della teosofia di cui dice: «Questo ampio movimento spirituale è uno stimolo vigoroso che raggiungerà come un grido di liberazione qualche cuore disperato avvolto nelle tenebre e nella notte». Teorie interessanti per quegli anni, da ripercorrere oggi con attenzione, seppure con la distanza che ci separa da quel periodo.

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Con uno sguardo sensibile e lungimirante, Kandinskij affronta diversi temi senza mai perdere di vista l’elemento concreto della pratica artistica. I toni assumono in diversi momenti il sapore di una rivelazione che svela l’energia e la purezza dell’anelito all’assoluto dell’artista, lontano per sua natura da espressioni perentorie e retoriche. L’arte, qualitativamente parlando, non è tutta uguale e Kandinskij ce lo ricorda continuamente, fin dalle premesse: l’effettiva somiglianza formale di opere appartenenti a stili o a epoche diverse non è mai meramente esteriore, né potrebbe esserlo, perché si fonda su un determinato concetto di affinità che ha molto a che vedere con la spiritualità e un’empatia da intendersi in termini diacronici. La qualità della vicinanza si coglie in termini di comunione di ideali:«L’arte non è questione di elementi formali, ma di un desiderio (=contenuto) interiore che determina prepotentemente la forma».

L’approccio del pittore e teorico russo si apre in senso interdisciplinare alle arti (comprendendo l’analisi di musica e letteratura), proprio perché si può estendere a tutte quelle manifestazioni capaci di destare emozioni e sentimenti durevoli e, in quanto tali, autentici. Basti pensare che il concetto di interdisciplinarietà viene osservato per la prima volta con grande convinzione nel 1912 nell’almanacco de Il cavaliere azzurro (Der Blaue Reiter), a cui Kandinskij lavora col pittore Franz Marc.
Quando si vivono momenti di decadenza spirituale, specifica Kandinskij nell’introduzione, l’evoluzione dell’uomo stenta. La principale preoccupazione di molti diventa placare la sete di beni materiali che fa ristagnare nel torpore la sensibilità collettiva. L’artista, attraverso il proprio talento, riesce a mettere in contatto lo spettatore con il contenuto della propria opera, spalanca le porte delle sue emozioni, parla alla sua anima. Spiritualità e assoluto appaiono quindi come elementi irrinunciabili dell’arte in tutte le sue molteplici manifestazioni.
La pittura naturalistica gli appare una forma di imitazione epidermica e quindi tutto sommato poco significativa della realtà fenomenica. Quello che cattura il suo interesse è il salto oltre la rappresentazione, nel cuore dell’essenza. Emulare l’apparenza esteriore di un fenomeno non significa saperne carpire il valore né tanto meno coglierne il significato simbolico.

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Esistono però anche i cosiddetti “cercatori di interiorità nell’esteriorità”: tra questi artisti Kandinskij colloca personalità molto diverse. Dice di Cézanne: «Sapeva trasformare una tazza da tè in un essere animato, o meglio sapeva riconoscere l’essere in quella tazza […]. [Il pittore quindi] porta la natura morta a un’altezza in cui le cose esteriormente morte diventano interiormente vive». Poco importa insomma se si tratta di un uomo, di una mela, di una montagna o di un albero perché qualunque soggetto dell’artista francese è materia viva, è interiorità tradotta in forma. Nel caso di Matisse, che Kandinskij considera artista del colore per eccellenza, c’è una distinzione piuttosto interessante: «Fra i quadri di grande vitalità interiore e nati dall’urgenza di un’intima necessità, se ne trovano alcuni nati soprattutto da un impulso o stimolo esteriore, (quante volte si pensa a Manet!), dotati, soprattutto o esclusivamente, di una vita esteriore». In quest’ultimo caso, conclude, «la bellezza della pittura, tipicamente francese, raffinata, attraente, melodica, raggiunge gelide altezze». Questa sensazione di freddezza visiva, benché seducente e tecnicamente lodevole, rende alcune opere di Matisse non incisive rispetto ad altre.

Sull’onda di questa radicata esigenza di spiritualità nascono, proprio in parallelo alla scrittura del saggio, tra il 1909 e il ’10, la serie delle Improvvisazioni e i disegni per le Composizioni: titoli mutuati dal linguaggio musicale attribuiti ad opere che sembrano quasi la raffigurazione di sinestesie, in cui  le qualità sonore si combinano a quelle strettamente visive. La pittura arriva infatti a essere, come la musica, una composizione vera e propria, data dalla combinazione di due elementi: il colore e la forma. La forma, in senso letterale, delimita la superficie di un oggetto (forma esteriore), ma ogni forma è dotata di una sua qualità astratta (forma interiore). In altre parole la forma esteriore di un dipinto risponde a quello che Kandinskij definisce principio della necessità interiore, a indicare che la pittura muove dall’anima, oltrepassa la figurazione e approda all’astrazione. Anche il colore ha un’innegabile qualità esteriore, ma è ricco di infinite risonanze interiori che accendono e sollecitano in mille modi l’immaginazione di chi osserva. Un’opera d’arte è in primo luogo il frutto di un calibrato bilanciamento tra i vari elementi compositivi, in nome dell’armonia complessiva. L’analisi delineata da Kandinskij risulta perfettamente in bilico tra istanze teoriche e abbandono interiore. È questo che fa de Lo spirituale nell’arte uno scritto sintetico ma di ampio respiro.

Giulia Andioni