Victor Cavallo. "Io sono una debolezza del passato"

Victor Cavallo. “Io sono una debolezza del passato”

Vittorio Vitolo, alias Victor Cavallo, nasceva alla Garbatella, quartiere di Roma, nel 1947. Fu attore di cinema e di teatro – per il quale scrisse alcune opere come Scarface, Kriminal Tango, Kabrina e Stalker. Noto per la sua attività attoriale, l’ombra della sua memoria ha luminescenze mitiche. Capace di trovare le pose dell’anima, qualcuno lo ricorda come artista totale. Noi ve lo presentiamo oggi, più semplicemente, come poeta.

Pubblica le sue prime poesie nella Guida Poetica Italiana curata da Robertino De Angelis. Nel 1979 è sul palco di Castel Porziano a presentare il festival dei poeti della prima Estate Romana: Ginsberg, Evtuschenko, Ferlinghetti e anche un certo Aldo Piromalli, “rifugiato culturale” in Olanda, che lesse il proprio ‘Affanculo.

Oggi egli ci è noto per l’unica opera, pubblicata postuma, Ecchime. Antologia sinfonia (Stampa Alternativa, 2003), riesumata, tra le sue carte, dall’instancabile lavoro di Paola Febbraro e altri amici: foglietti, scontrini e biglietti dell’autobus. Fu visto camminare nelle stradine attorno a Piazza Farnese – con quei nomi di lavori ormai dimenticati: con una mano stringeva all’altezza del petto il cappotto della notte, nell’altra una sigaretta, e dalla bocca d’arance e di vodka facevano eco sulle mura, strette, le parole di una canzone di Fred Buscaglione: se c’è una cosa che fa male quella è l’acqua minerale. È morto il 22 gennaio del 2000. Autodefiniva la sua scrittura “melmosa”. Nella prefazione di Ecchime troviamo una testimonianza che non vogliamo parafrasare:

[…] girava per il centro di Roma a raccogliere frammenti di frutta buttati, odori di cucina, parole di passanti sconosciuti, tips giocate al totocalcio, biglietti Atac scaduti, sogni e fragranze di belle ragazze e di bei ragazzi, monete straniere perse tra i sampietrini insabbiati, carciofi fritti sul pavimento, cocci verbali di ogni provenienza […] e con tutto ciò faceva la sua minestra ‘de jour’, una minestra d’amore. [Alvin Curran]

All’interno dell’antologia troviamo poesia e prosa. È una scrittura orale, in cui il romanesco fa le veci della punteggiatura e reclama il tragico di questo dialetto che ha sconfitto l’eternità col ghigno. Al poeta beat Robertino de Angelis, amico di Victor, ricorda la struttura greca antifonale del coro, in cui i verbi i sostantivi e i complementi lottano e si alternano disponendo dello stesso tempo del respiro per esprimersi. Nella sintassi scorretta, nell’errore ortografico assistiamo all’orgia delle cose del mondo che si scontrano davanti agli occhi di questo poeta capace di creare ponti tra la miseria e la più limpida bellezza: “versi sublimi e inverecondi”. È una geografia del limite quella nella quale siamo condotti, dalla divina Pietralata alla provincia di Messina (bellissima dimenticata offesa). La Garbatella ha la sua prospettiva Nevskij e i sanpietrini malcerti divengono boulevards che portano verso le periferie di Céline o direttamente sul lido di Ostia. E tuttavia questo limite non sembra separare da niente. Di soluzioni non si parla, non vengono proposte.

Nella poesia che dà il titolo alla raccolta (Ecchime), troviamo forse echi dell’Ecce Homo di Nietzsche nelle sue intenzioni autobiografiche e nella struttura dicotomica. Ma i due termini qui si risolvono nella paradossale, singola aporia della vita. È la poesia di Victor Cavallo una delle più tenere odi alle cose distrutte, straziate e disgraziate, che rende la lettura epifanica, e trova nelle ferite e nel dolore da esse provocate la necessità della vita.

Paolo Girella

 

Da ECCHIME. Antologia sinfonia

A immaginare una vita ce ne vuole un’altra
già pronta a disperdersi
già pronta a non
restituirsi niente a dimenticarsi anche le
parole.
Sembra di scherzare a notte fonda e solitaria
sembra di avere un’età distinta da qualcos’altro
uno stormo che gira attorno gridando
un profumo impreciso di carne bruciata
o un testamento o una casa da acquistare
non so dove

una luce che cambia come me senza sapere
a immaginare una testa più dura
un cuore diverso
una piccola foresta più dentro
dove c’è il respiro

Se fossi un artigiano riprenderei il lavoro
a costruire un comodino celeste
ad avere freddo di mattino vicino al ponte
a vedere i cipressi nel cielo colore del fiume
a parlarmi come a un giovanotto

e se non fossi che un provvisorio mortale
come mio padre come i miei fratelli
a discutere in treno fumando
e a bere liquori bianchi
e certe volte scivolare sulle caviglie come
una signorina nella neve come un ragazzo
con le scarpe nuove

qualcosa è sospeso come un roveto ardente
senza figura né parola
come stessi ben piantato in terra e insieme a
un’infinita altezza

come un lontanissimo mai nato
da qualche mattino i fantasmi mi parlano
appaiono dietro le finestre azzurre
mi toccano le spalle
mi respirano attorno al collo
come un suono di passi che d’improvviso s’alza e poi si smorza
in una quiete simile a sonno d’un animale
come se qualcosa vivesse dentro il rumore dell’acqua
dentro un nido dentro gli occhi chiusi

e io mi chiedo se il coraggio di vedere tremare
e crescere
possa essere il lievito del mio nuovo giorno.

 

Victor Cavallo, “ECCHIME. Antologia Sinfonia”. STAMPA ALTERNATIVA, 2003 – € 9,00

http://www.stampalternativa.it/
http://www.stampalternativa.it/libri/735-8/victor-cavallo/ecchime.html