Vino al vino. La rivendicazione dello spettro

Vino al vino. La rivendicazione dello spettro

Il vino racchiude in sé una moltiplicazione costante. Si parte da una terra, coperta di vento o di sale, di lava o rosmarino, di sassi, si passa attraverso un uomo, le sue mani forti, la tenacia, l’antichità muscolare e lo spirito, e si arriva ad una comunanza di intenti in cui la terra è architettura d’un anelito interminabile. Si prende una bottiglia di vino, la si sviluppa assecondando tutto quel che contiene e quel che la compone, il vetro, l’etichetta, zone, sottozone, doc, docg, igt, aoc, vin du pays, premier cru, e le si mette attorno un manipolo di ciarlieri buontemponi, capaci  ̶  o presunti tali ̶  di assegnare a ciascuna di quelle bottiglie un viaggio ed un senso compiuto ancor più della realizzazione vendemmiata di un percorso lunghissimo.
Lo si cattura, questo vino, lo si aggettivizza, lo si scompone in parti alchemiche, gli si spiantano ben bene le radici e lo si apre sulle tavole, nei saloni, negli stand patinati delle fiere, accompagnato da chiacchiere, da musichette, dal berciare del meretricio  ̶  lo si sgargarozza precipitandolo in stomaci profondi come pozzi in cui non passa la luce, in cui il sole non carezza l’acino crescente, dove ogni cosa trova prigione e compimento mortuario.
Esiste un momento ben preciso in cui il suono di un tappo trascinato via dal collo di una bottiglia assomiglia alle campane di una chiesa lontana immersa nelle prima nebbia dell’alba. In cui tutto è capace di arrestarsi, di prestare ascolto, in cui la volgare massa putrescente di opinioni, di mode, di imbellettamenti e di gesti volgari si dissolve in automazione, in un rallentamento collettivo, e ci si ritrova soli e denudati di fronte a un mistero. Il mistero di una vigna attorno ad un villaggio, di odori circoscritti e puri, arcani  ̶  di vecchie scarpe infangate e focolari, di un mondo di ben altre persone, di ben altri spiriti, di ben altri modi di fare   ̶  e si rivive l’addizione luminescente che ci ha condotti sin qui, attraverso la fatica di molti, di sangue condiviso, assieme a quella bottiglia che magari ha più anni di noi. Si possono tirare molte somme, in quel momento. Può capitare che siano sgradevoli come le cose volontariamente oggettivizzate, circoscritte nella narrativa universale del nascere e morire; eppure la cognizione di un passato ormai concesso all’epica si rivela più volentieri una fonte costante di spietata tenerezza.

Mario Soldati, in fondo, ha compiuto solamente un viaggio, ed ha raccontato semplicemente del vino. Propone la filosofia garbata degli uomini di un tempo, fatta di pudore e delicatezza, di peso, di vigore morale, di scelte ben determinate; di una dicotomia esemplare fra quel che è cosa, e quel che non lo è. Nutre il suo rapporto con la bottiglia e con chi l’ha imbottigliata  ̶  non creata, perché in quello il merito è soprattutto della terra  ̶  di piccole gentilezze, di premure, di ascolto e di tempo. Con evidenza, tuttavia, egli fonda l’umiltà del proprio racconto, della sua proposizione, su di una volontà barricadera, sulla rivendicazione della singola storia di ogni vino quale essere vivente, frutto di climi differenti, di piogge, di neve, di sole e di mare, o dell’aria nitida della montagna.
Uno dei guai più diffusi e perniciosi dell’esistenza è quello di ritenersi soddisfatti di fronte ad un’omologazione confortante. Quasi essa fossa salvifica. Quasi potesse rappresentare l’alvo perduto e a lungo cercato. L’omologazione degli individui, dei suoni, dei cibi, dei progetti, dei sogni e delle morti. L’industria del placido buonsenso, degli sviluppi, delle code consensuali, del ritrovarsi ogni giorno, ogni istante, a confrontarsi con ciò che siamo perfettamente in grado di comprendere perché non abbiamo fatto altro tutta la vita con la stessa, medesima cosa. Il difetto che rende attraenti e letali le donne, vigorosi e rivoluzionari gli uomini, straziante e rissosa la musica, la letteratura, è stato fatto fuori a colpi di placidi allevamenti di un’umanità intenzionata ad estinguersi prima del tempo. In questo, i più sono assolutamente totalitari. Anche il vino lo è. I formaggi, la carne, la verdura, i pantaloni e le camicie lo sono.
Il progresso, gli italiani non sono adatti a gestirlo. In un certo senso non se lo meritano neppure. Non perché esso sia una benedizione, o un assoluto male, ma perché il prezzo che ha presentato a questo popolo è di gran lunga più grande di quello della povertà, ed è la perdita massiccia dell’individuale, del pensiero, dell’inventiva comica e forsennata di gente che si è sempre rimboccata le maniche. La stessa tigna che pretende la terra, il vigneto, e che si è tradotta in meticolosità da cantina, da enologi, un ricettario di cure ben testate per far fronte alla bizzosità del clima e degli anni. Signori, il prodotto in quanto tale pretende una sua riconoscibilità: ed essa, per vendere, deve essere necessariamente innocua, addomesticata. L’Australia, al naso, deve essere perfettamente uguale alla Toscana, il Piemonte al Cile. E che importa se fra di essi son passate mille notti disuguali, mille mattinate, milioni di diverse brine, di venti, di caldo e di umidità, di piogge. E di singole persone che hanno storie inoppugnabili, e che sono sempre meno. Come una processione di flebili luci nel viale sterrato verso la collina.

La maggior parte dei vini di cui parla Soldati, non esistono neppure più. Sono scomparsi da qualche parte, sulla punta delle labbra di qualcuno ancora in grado di ricordarli, alle spalle di una foto ingiallita, nell’odore di una stanza ammobiliata secondo il gusto di allora. Se ne sono andati i luoghi, gli individui, i piccoli bicchieri e i tavoli di legno delle osterie, il motteggio schietto e l’inusitata eleganza di chi fatica. Eppure, niente è così semplice.
Léo Ferré cantava di come ogni notte ci ritroviamo a dormire con dei morti. Con degli antichi, direi io. Con tutto quel che è vecchio e passato. Con la rivoluzione dell’invisibile. Con il rigurgito di un percorso umano, spirituale, energico. La comunicazione è conditio sine qua non di questa rigogliosa insonnia. Di questo contorno di orme, di ombre, di respiri. Di spettri vitalistici e scalmanati. Un viso di cui si intuisce appena la consistenza, nel fondo di una foto riscoperta, è una spada di samurai scintillante piantata nel fondo del nostro cuore.

In viaggio per l’Italia, milioni di fantasmi ci rincorrono. Paese arreso al proprio sale, ai propri boschi, alle salite sconnesse dei borghi disabitati. Al silenzio granatiere delle valli strette fra le montagne, dei piedi venosi delle isolane, delle mani robuste dei meccanici e le gambe dei ciclisti. Alla risata grassa di boli mal masticati di secoli di cattivi governi, di cattive persone, di ladri e di eroi uccisi da una collettività indigeribile. Là fra il cemento e l’ignoranza, fra i fuochi e la violenza, accanto a qualche piccola chiesa sorgono vigne sottratte al suicidio di questa nazione. Si schiudono come fiori senza tuttavia condividerne la stessa effimera consistenza; sono vigne vecchie di decenni, coltivate da decenni di uomini, di trisavoli, di padri e figli. Funestate da innumerevoli grandini, da gelate, scosse dal vento, dono diuturno concesso al sole, e non viceversa. A volte il cielo non è altro che il riflesso della terra, e sulla metafisica si piantano ben bene i piedi.
Fra le pagine di Mario Soldati e del suo Vino al vino  ̶̶  mai titolo fu più azzeccato, più adatto e perentorio, ancora fortissimo e capace di scansare con un gesto poderoso delle braccia il secolo delle chiacchiere, degli arzigogoli, ridonando il vino alla sua struttura paleocristiana  ̶̶  è racchiuso il coraggio di confrontarsi con la fragilità e l’evocazione, con la plenitudine culturale di bere un vino nel luogo in cui esso è cresciuto, assieme alle persone che l’hanno coltivato, ritrovandovi il gusto dell’aria e delle ore, delle stagioni, del nostro essere costantemente in bilico fra l’esplosione vitale e il baratro di una morte mai del tutto compiuta.

Fabrizio Sabatini