Vivi! Di Roland Rugero

Vivi! Di Roland Rugero

C’è un urlo in lontananza. C’è un urlo che rimbomba, violentissimo. È la voce di chi combatte da sempre una guerra. Contro un oppressore, anzi migliaia di oppressori. Perché non si può continuare a tacere, pena la vita stessa. È l’intima dignità di un individuo, di un Paese intero, che ora torna a far sentire quella voce nascosta per troppo tempo.

Aveva fatto un voto, chiudere la bocca. Si era imposto un silenzio spesso come la lana dei suoi agnelli, come la testa del suo montone. Da allora disdegnava la parola, credeva solo nei gesti, nella materia, poiché i suoi genitori non erano morti a causa delle parole, ma di lame odiose, di asce mortali. Così era stato sradicato. L’albero che cresce, l’ascia che lo abbatte… Materia mortale.

Tacere, per non dire. Scegliere il silenzio, preferendolo al suono. Azione, ‘materia’, per ripagare qualcuno con la stessa, brutale, moneta. Smarrire le radici profonde, eppure realizzare l’errore. Non vi è salvezza, in nessuno dei due modi. Allora, tanto vale, rimanere sé stessi. A che prezzo, tuttavia?

Ecco la storia di Nyamuragi che correva, saltava, scansava, sudava nel freddo mattino di Kanya, pensando a come poteva dimostrare la sua innocenza.

copertinaEd ecco il suo autore, giunto da una realtà di cui sappiamo e, a volte, preferiamo non dire. Ecco Roland Rugero, scrittore, giornalista, artista dal Burundi. Ecco il suo secondo romanzo, Vivi! (titolo originale Baho!, traduzione dal francese di Giorgio Tognola, postfazione di Giuseppe Sofo, Edizioni Socrates 2013, pp. 90, 9 €).

Ecco tutta la sua forza, tipica di chi ha il coraggio di urlare al mondo vicende scomode, sfruttando al meglio la tradizione per intessere i fili di un romanzo breve, profondo, intriso di oralità e, ciò che importa, vita. Per raccontare la storia del ‘muto’ che ebbe il coraggio di ribellarsi. Per trasferire in pagine scritte un bagaglio di ricordi, testimonianze, verità. Dal momento che dovrebbe sempre esser quello lo scopo ultimo dell’arte.

 La guerra era riuscita a dissociare l’umano dallo spazio, perché aveva svelato con terrore che l’uomo dispone di spazio solo attraverso la sua storia e la sua cultura; violandoli, lo spazio svanisce, l’uomo fugge e allora è retto dai grugniti del suo ventre, dalla paura e dalla fame. Ritorna la bestia errante che percorre giorno e notte la foresta. La guerra aveva messo a nudo lo sguardo dei burundesi.

Il ritorno alle origini, ad una natura congenita, si profila inevitabile in questa corsa contro una stagione ciclica, nella lotta di Nyamuragi. Al fine di non dimenticare ciò che è accaduto, devastando un intero territorio, i suoi corpi, le sue anime. Nonostante tutto, però, la via scelta da Rugero è diversa: poesia fantastica, promotrice di un percorso narrativo che conduce il lettore a compiere salti discontinui, in un ambiente rarefatto e ancora denso di colori, tradizioni, riti. Sentimenti umani.Quelli della vecchia guercia, sola con le sue bestie, la quale sceglie pure lei il silenzio, la saggezza dei gesti e della memoria.
Non vedere per restare nel limbo del pensiero, che non può ferire. Al contrario, consolare e proteggere da una realtà ormai contagiata dal morbo dello straniero. Dalla legge del più forte, che con arroganza ha inficiato l’ingenuità.
In effetti, sarebbe preferibile essere ciechi per non assistere alla legge del taglione. Alla caccia al mostro, senza prove. Del resto basta un volto, dopodiché la giustizia saprà fare il suo naturale corso. Ma se poi si è incapaci di vedere e, soprattutto, se si è da tempo rinunciato al valore della parola, cosa fare? Lasciarsi linciare, uccidere dalla folla inferocita? Accettare un martirio, come ossimorica panacea dei mali. Del male di vivere, nella perenne consapevolezza di sentirsi inappropriato.

Nessuna soluzione, o forse una, racchiusa in una sola parola, in un suono: ‘ejo!’:

Domani e ieri, due tempi diversi, un solo vocabolo per designarli. Due luoghi, lo stesso nome. Di conseguenza l’uno e l’altro, oppure si tratta di un’imperfezione linguistica? O “domani” e “ieri” si fondono, poiché contengono due chimere: passato e futuro. O ancora non si è riusciti a trovare una parola migliore per designare sia il contenuto di un tempo trascorso, sia quello di un tempo che verrà. Dimenticanza? Errore?

In attesa di risposte, e di un lieto fine. Lieto, o quantomeno umano. Di un’umanità finalmente aliena dalla violenza, in ognuna delle sue molteplici e vergognose forme. Un domani, oppure oggi stesso.

Simona Cappuccio

rugeroRoland Rugero è nato nel 1986 in Burundi, il Paese faticosamente uscito dalla sanguinosa guerra tra Hutu e Tutsi. Giornalista dal 2008, nello stesso anno pubblica il suo primo romanzo Les Oniriques. Fondatore e animatore di Samandari, il primo caffè letterario del Paese, dirige anche le pagine di Iwacu Magazine e si occupa di cinema: presiede la giuria del Festicab, festival internazionale del cinema burundese; nel 2011 scrive e dirige il lungometraggio Les pieds et les mains.