Yingmei Duan & Cai Qing, Performance zur Nachhaltigkeit, 2012,  courtesy SAVVY Contemporary © Glen Stoke

Temi di Performance Art: Where + How. Present Tense Series/Conversazione con Chiara Cartuccia

«Cosa significa analizzare il presente della Performance Art, se la performance stessa non può esistere oltre il tempo presente?». Così Chiara Cartuccia, coordinatrice del dipartimento di Performance Art alla Savvy Contemporary di Berlino introduce il programma di performance Present Tense Series, che sarà inaugurato il prossimo 24 gennaio e che proseguirà per tutto il 2014. Durante gli eventi saranno presentati artisti provenienti dai cinque continenti che non sono stati scelti secondo un tema specifico dettato dal curatore. La scelta dei performer, infatti, si basa sulla necessità di riferirsi al tempo presente e di individuare alcune delle manifestazioni più significative nell’ambito dell’arte performativa contemporanea.

È interessante notare come Savvy Contemporary abbia dedicato una parte considerevole della sua programmazione alla performance art. Com’è nata l’idea che è alla base del programma?

Sì, la programmazione di SAVVY Contemporary è sempre stata molto attenta alla Performance Art. Fin dalla sua fondazione, nel 2009, lo spazio della galleria ha ospitato performance dal vivo, ma anche talk, tavole rotonde, conferenze e workshop dedicati al vasto tema del performativo. Credo che un giusto interesse per questo settore delle arti figurative sia necessario per qualsiasi istituzione artistica voglia onestamente e concretamente rivolgersi alla contemporaneità delle arti, quindi SAVVY non poteva fare certo eccezione.

Per quel che riguarda Present Tense Series l’idea è nata spontaneamente poco dopo il mio arrivo a SAVVY, a seguito di una discussione con il direttore artistico Bonaventure Ndikung e il manager dello spazio Saskia Köbschall. Abbiamo deciso di elaborare un programma annuale, curato direttamente dal coordinatore del dipartimento di Performance Art, che funzionasse come una specie di colonna dorsale per tutti gli altri eventi legati al performativo che prenderanno vita a SAVVY durante questo anno.

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Perché Present Tense Series? A prima vista sembra che abbiate voluto tenere ampio il margine di scelta non imponendo alcun obbligo di ordine tematico.

Assolutamente sì, ho voluto lasciare un ampio margine di scelta. Come il titolo stesso dovrebbe suggerire (Tempo Presente), ho cercato di elaborare un concept che possa accogliere comodamente ogni possibilità del performativo, purché le opere presentate, i discorsi esposti, siano sempre significativi, ossia forieri di significato per chi li recepisce, e questo non è certo poco. Ogni artista coinvolto deve aggiungere, tramite la sua prassi, un tassello ulteriore, seppur minimo, a un discorso organico che è in continuo fluire, e costituisce un tutt’uno con la realtà che ci circonda oggi, in questo presente immediato in cui siamo tutti invischiati. L’arte performativa, se ben pensata e ben fatta, può riuscire ad abbracciare la realtà contemporanea nel più efficace dei modi. Devo anche aggiungere che ho preferito non definire un limite tematico, per così dire, anche perché questa è la mia prima esperienza come curatrice di una programmazione così ampia, e non sentivo la necessità di imporre un mio interesse concettuale al lavoro degli artisti invitati. Mi sono avvicinata alla performance art da poco, e vivo ancora un momento d’innamoramento e gratitudine nei confronti degli artisti il cui lavoro mi ha ispirata, a cui non ho voluto porre un limite.

Che tipo di eventi saranno presentati?

Tra gli eventi presentati ci saranno, oltre alle performance dal vivo, talk, presentazioni, workshop e screening. Avremo di media un evento ogni mese, integrato nella normale programmazione di mostre ed eventi di SAVVY. La cosa più importante per me è far sì che le performance presentate aprano una possibilità di pensiero e ricerca, per questo spero di riuscire a completare la serie con una pubblicazione, la quale includa anche testi scritti dagli artisti stessi. Inoltre tutta la documentazione prodotta durante gli eventi e il materiale residuale delle performance stesse sarà conservata nell’archivio presente nel centro documentazioni di SAVVY, e reso fruibile per il pubblico.

Puoi darci qualche anticipazione sulla performance che sarà presentata da Yingmei?

Yingmei presenterà due performance partecipative, in cui il pubblico sarà chiamato a interagire e comunicare con l’artista. Si tratta di lavori site-specific, nella realizzazione dei quali Yingmei userà solo la propria voce e il corpo quali strumenti creativi. Per la prima performance Yingmei ha tratto ispirazione dalla realtà virtuale di internet, che crea sistemi di connessioni interpersonali fittizie. L’artista, comunicando direttamente con i membri del pubblico, cercherà di creare una rete di interrelazioni reali, contrapposta a quella artificiale del mondo on-line.

Per la seconda performance Yingmei chiederà la collaborazione di altri tre performer, ognuno di loro occuperà una stanza della galleria, e in questi diversi spazi avverranno le singole azioni. Il pubblico non potrà quindi assistere a tutti gli eventi, che avverranno simultaneamente. Anche in questo caso a essere presi in analisi sono la comunicazione tra individui e i suoi limiti.

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Nathalie Mba Bikoro, Pieta, 2013, courtesy SAVVY Contemporary © Chiara Cartuccia

Qual è il significato di collaborazione in relazione alla Performance Art?

Credo che la collaborazione sia un tema fondamentale del performativo, tanto affascinante quanto difficile da maneggiare. La giovane storia della performance art è piena di esempi di coppie o gruppi di collaboratori, soggetti creativi che hanno unito le forze lavorando, e spesso vivendo in quasi completa simbiosi col fine di esplorare tematiche che sembrano impossibili da condividere con altri, perché troppo legate alla particolarità del corpo e della mente del singolo individuo. Collaborare, specialmente nell’ambito della performance, può sembrare estremamente complesso, ma penso che poche cose sappiano arricchire la pratica di un artista quanto una giusta ed equilibrata prassi di dialogo e collaborazione, soprattutto in questo campo. Yingmei ha realizzato più di 60 lavori collaborativi negli ultimi 15 anni, e la ragione che l’ha spinta a intraprendere queste avventure artistiche, spesso complesse se non dolorose, è sempre stata la sua insaziabile curiosità per l’umano, una viva sete di conoscenza dell’altro, e quindi di sé stessi, che ogni vero artista performativo dovrebbe conoscere.

 © Lara Merrington

Chiara Cartuccia by © Lara Merrington

Cosa significa essere un curatore di Performance Art?

Penso sia impossibile dare una risposta sola a questa domanda. Curare un evento performativo vuol dire, prima di tutto, avere a che fare con un artista in carne e ossa, un essere umano complesso e unico, quindi non possono esistere regole prestabilite, né si può dare una definizione chiara e stabile. In generale il lavoro di curatore d’arte prevede un’ampia parte di ricerca individuale, di attenta analisi dei propri desideri e convinzioni, e una seconda fase di dialogo con tutte le parti coinvolte, primi fra tutti con gli artisti. Credo che curare una performance voglia dire prima di tutto mettersi nelle condizioni di conoscere l’artista, tramite un dialogo costante e attento: lavorare con l’arte performativa può comportare un grande coinvolgimento, perché si tratta di un discorso tra uomini che condividono la stessa pelle, lo stesso sangue e spesso le stesse paure e speranze.

Sono convinta che la performance richieda un’attenta curatela considerando attentamente tutte quelle caratteristiche che la definiscono come multiforme genere artistico, differenziandola dalle altre arti figurative, in altre parole non bisogna lasciare al caso un’arte che cavalca la casualità.

Celeste Ricci

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immagine di copertina: Yingmei Duan & Cai Qing, Performance zur Nachhaltigkeit, 2012, courtesy SAVVY Contemporary © Glen Stoke