"XXI secolo", il nuovo romanzo di Paolo Zardi, al Premio Strega 2015

“XXI secolo”, il nuovo romanzo di Paolo Zardi, al Premio Strega 2015

In questo nostro secolo sembra ormai essersi estinto anche il senso della minaccia. Questa è la riflessione che affiora alla mente leggendo l’ultimo lavoro di Paolo Zardi.
Dopo le ultime due raccolte di racconti, Antroponometria e Il giorno che diventammo umani, l’autore padovano pubblica, sempre con la NEO edizioni, XXI secolo un romanzo nelle librerie dal 27 marzo e in corsa per il Premio Strega 2015.
Il senso della minaccia di dondelilliana memoria qui, dicevamo, si estingue per lasciare posto alla necessità di una disfatta. Siamo in un futuro non tanto remoto dove ogni assurdità, violenza e deriva dello stato sociale non solo sono plausibili ma illuminanti – quasi raccontassero una profezia già avverata. E nel racconto d’un secolo che ancora si deve compiere, in questo ennesimo giro di giostra in cui neanche il carillon riesce più a nascondere il senso fatale del proprio ritornello, un uomo, un venditore di sistemi di depurazione dell’acqua domestica, è costretto a ripercorrere la propria vita.

zardi copertina

La moglie è entrata in coma dopo un ictus mentre lui non era in casa. Un marito, un padre che a difesa dell’insensatezza dei tempi ha costruito una famiglia che sente felice, un luogo d’amore che può giustificare ogni rinuncia e ogni stanchezza – un senso –, esce dall’emergenza del quotidiano e osserva il mondo. Come se l’assenza della moglie lo portasse a una nuova frequentazione della casa trova degli oggetti che gli rivelano il suo tradimento. Sente la mano della gelosia serrargli la gola senza poter domandare, urlare contro alcuno perché tutto giace nel silenzio di quel corpo ormai ridotto a mera funzione idraulica, pneumatica. Solo, interrogato dalla menzogna della propria vita, indaga il mondo e gli altri per ricostruire un senso – o per poter anch’egli semplicemente abbandonarsi, come tutti, alla brutalità.
La storia personale corre parallela al grandioso affresco sullo sfondo, che alcuni chiamano Storia. L’ipotesi del romanzo viene subito mimetizzata nella cronaca della nostra quotidianità, un’oggettiva osservazione dei rituali che proprio per l’assenza di stupore riescono a scandalizzare e a porre domande.
Spesso la narrazione viene brevemente interrotta per ascoltare le notizie alla televisione:

“La notizia del giorno era la scoperta di un paleontologo malese: i dinosauri si erano estinti perché a un certo punto avevano smesso d’invecchiare. Ma l’immortalità non gli aveva garantito la sopravvivenza. La teoria del malese aveva a che fare col concetto di sovraffollamento o di emissione di anidride o entrambe le cose. Tutta quella salute era stata deleteria. Sembrava che la vita, per restare in vita, avesse un disperato bisogno di morire”.

Il continente e il tempo che Paolo Zardi ci racconta è quello del nostro Occidente. Questa carcassa in decadenza che agonizza da quasi due secoli, che non è più in grado di lottare e nemmeno di morire.

“Era un assunto che le persone si ammalassero di più. I media dicevano per l’inquinamento, i rifiuti tossici, le scie chimiche, ma tutti sapevano che c’entrava il declino. La tristezza e il declino, la tristezza per il declino. I linfonodi, il cuore, il sistema nervoso, il tratto gastrointestinale non ci credevano più, e iniziavano a remare contro. I corpi cercavano il conforto della resa”.

O della sottomissione direbbe Houellebecq. Ed è qui che scompare il senso della minaccia. La resa diventa un conforto. Qualcosa di finalmente definitivo.
E non sembra di esagerare nel voler vedere in un personaggio del libro un ritratto dell’Europa. Al posto di una giunonica figura femminile dai seni trionfanti al comando delle nazioni troviamo una donna che vive ormai al limite della povertà in un edificio ufficialmente inesistente ma ancora in piedi perché, dopo aver vinto l’appalto, la ditta che doveva demolirlo è fallita. Sul volto l’espressione del metadone e dentro una larga maglietta a farle da vestito solo il ricordo d’un corpo. Ex compagna d’università della moglie, aveva sempre ritenuto lui, il marito, diverso dal proprio entourage, un uomo triste senza alcuna sensibilità per le cose belle, di quelle inutili al lavoro ma necessarie alla grandezza dell’anima:

“Promettevi meglio. Che fine hanno fatto i tuoi amici? Tutti irrisolti come te?”
“Ci ha stritolati il capitale. O l’organizzazione del lavoro. La concorrenza dei polacchi. I vecchi da mantenere. In questo mondo vincono quelli come te, quelli che hanno uno scopo, un obiettivo. Pensavamo che i soldi fossero marginali; avevamo torto. Le anime belle non hanno speranze con quelli come voi. […] Ma passerà: passeremo noi, e passerete voi” disse lei.
Lo diceva con la supponenza di chi aveva visto passare tutto, e tutto finire, e ancora respirava, come se vivere, in fondo, non fosse altro che quello.

La citazione darwiniana in apertura dell’ultima raccolta di racconti di Paolo Zardi è solo una conferma della forte componente evoluzionistica alla base della sua opera. La condanna, o forse la colpa, dell’uomo è l’elusione della battaglia che l’esistenza ci pone dinnanzi. In questo confronto, in questa legge, c’è un equilibrio, c’è la tremenda natura e c’è la vita, di cui non sentiamo più la voce.
Dal gorgo del secolo, dalla nostra disumanità, Paolo Zardi ci ricorda la necessità della battaglia e di quanto l’amore sia in grado di rendere le nostre forze inestinguibilmente umane.

Paolo Girella

Paolo Zardi, XXI secolo, NEO edizioni
160 pp
13 euro